Lutto e lutto complicato

Posted on Nov 3, 2017 in In primo piano, Psicologia Giuridica, Teoria | 0 comments

Lutto e lutto complicato

Ogni volta che ci confrontiamo con eventi significativi, negativi o positivi, o quando raggiungiamo nuove consapevolezze, subentra una crisi. Questa comporta la rottura dell’equilibrio psichico precedente e spinge verso il cambiamento e la ricerca di un nuovo equilibrio. Per ritrovarsi, come scrive Racamier, bisogna però prima perdersi.

Parlando di crisi e, dunque, di cambiamento ed elaborazione, viene d’obbligo scivolare su un tema che, aimè, tutti prima o poi dobbiamo affrontare, sto parlando di uno dei più profondi dolori che l’animo umano può provare, la perdita di qualcuno a noi caro.

Parliamo, perciò, di lutto ( dal latino lùctus-us, derivazione di lugere ossia ” piangere, essere in lutto”).

Forse un’argomento, questo, così esteso e complesso, si presta poco ad uno spazio ristretto come quello di un articolo, che può fare apparire l’elaborato riduzionistico; vogliate dunuque coglierlo come un semplice spunto per una riflessione più ampia sul tema.

Partendo da un punto di vista socio-culturale è possibile osservare come, nella società odierna, ricordare la morte è divenuto uno dei più duri e forti tabù, che ha portato alla negazione dell’esistenza dell’elaborazione del lutto.

Ma come possiamo definire il lutto? Se proviamo ad usare lo sguardo “profondo” degli psicanalisti è possibile definire lo stato del lutto una

“… reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto

(Freud).

L’approccio di tipo psicodinamico, infatti, scavando nel profondo dell’animo umano, ha fornito un ricco costrutto teorico a riguardo: le teorie scaturite dai diversi autori sono state spesso in contrasto, ma, anche se sotto punti di vista differenti, tutte hanno messo in evidenza gli elementi base che caratterizzano questo stato. La maggior parte degli psicoanalisti che si sono occupati di questo argomento lo hanno fatto, però, attraverso lo studio della depressione, avendo il lutto, con questa, un quadro d’insieme simile. Questo modo di accostarvisi ha portato ad un’analisi del lutto che guarda principalmente alle sue varianti patologiche, più che nel suo aspetto normale. Nello specifico Freud, in “Lutto e Melanconia“, affronta i temi dell’odio per l’oggetto perduto, dell’identificazione con esso e il tema della libido nel lutto patologico. Per Bowlby la perdita è una forma irreversibile di separazione. Bowen, invece, parla di “un’onda d’urto” che travolge l’intera famiglia e le sue successive generazioni. Questo approccio di tipo intergenerazionale, ad esempio, ha reso possibile l’esplorazione delle connessioni tra gli eventi luttuosi della famiglia e i disturbi psichici.

Le fasi che è necessario attraversare per un’elaborazione del lutto con esito positivo, per poter avere, cioè, una presa di coscienza di quanto accaduto e per poter riorganizzare se stesso, nei vari autori che hanno trattato questo argomento, vengono diversamente denominate e si differenziano per quantità, ma qualitativamente sono sostanzialmente simili. Bowlby, ad esempio, ne descrive quattro, la fase di stordimento, la fase di ricerca e struggimento, la fase di disorganizzazione e disperazione e la fase di riorganizzazione. Il processo di elaborazione si differenzia, inoltre, tra quello tipico degli adulti e quello più caratteristico delle prime fasi del ciclo di vita, quali l’adolescenza e l’infanzia.

Nel suo aspetto più generale di perdita, invece, il lutto viene, da Racamier, considerato come un processo organizzatore, che fa da orientamento alla vita psichica. In un senso più generale di perdita è, dunque, possibile entrare in uno stato di lutto anche in caso di importanti separazioni riguardanti sia aspetti esterni che interni della vita. La perdita, infatti può essenzialmente essere di due tipi: perdita dell’oggetto esterno ( per esempio conseguente ad una morte) e perdita dell’oggetto interno ( un esempio ne è lo stato di lutto per la perdita dell’infanzia nell’adolescente). Racamier, inoltre, parla anche di lutto originario, definibile come un processo maturativo universale, originario che fonda la psiche.

Importante parlando di lutto è, sicuramente, anche il tema delle difese che intervengono nel lavoro del lutto, quale ad esempio l’esclusione difensiva, ma lo è anche quello della collera, ricorrente in tale ambito, che si può presentare sotto forma di irritabilità, rivolta verso terzi o verso l’oggetto perduto o ancora ridiretta ed indirizzata verso se stessi. Riguardo al senso di colpa, invece, Grinberg si occupa, di definirne le caratteristiche in casi di lutto patologico, che in base alla sua intensità può portare ad un impedimento del normale decorso del lutto. Egli parla di un senso di colpa rivolto contro l’Io e contro l’oggetto perduto.

L’aspetto psicopatologico del lutto, definito lutto complicato, può essere considerato un’alterazione del processo di lutto, che si presenta in varie forme e con diversi gradi di gravità. Esso si estende su un continuum che va dall’estremo dell’assenza prolungata di lutto conscio a quello del lutto cronico. Le principali forme di lutto complicato sono: l’assenza prolungata di lutto conscio, il lutto cronico e l’euforia. Altre forme comuni di reazione patologica al lutto sono la “mummificazione”, le idee suicidarie e la collocazione impropria del defunto.

Nelle reazioni di tipo patologico, è proprio lo stallo in una situazione ormai non più ripetibile e recuperabile che provoca il bloccarsi del processo di lutto. Questi individui non sembrano voler accettare l’irreversibilità della morte sopravvenuta e vengono sopraffatti dalla frustrazione che la mancanza dell’oggetto perduto gli provoca.

Per quanto riguarda i criteri diagnostici del lutto patologico, grazie agli studi di Parkes e Weiss, sono stati forniti elementi validi per effettuare una diagnosi. Anche nel DSM ci si è premurati di inserire, nelle sue più recenti versioni (IV e V edizione) i criteri per effettuare una diagnosi differenziale tra lutto e depressione e quelli per diagnosticare il lutto complicato, identificato nel testo come Disturbo di Sofferenza Prolungata (PGD).

Le psicoterapie rivolte ad i soggetti luttati sono di tipo individuale, di gruppo e familiare e il loro obiettivo è risolvere i conflitti interni che impediscono l’avanzamento del processo di elaborazione del lutto, ma anche fornire un sostegno a chi si trova in tale stato: nel lavoro terapeutico di tipo individuale si cerca di tradurre in parole e pensieri il trauma subito; nella terapia di tipo gruppale, invece, lo scopo è fornire un supporto emozionale. La terapia familiare, con il suo approccio trisgenerazionale, invece, utilizza le risorse della famiglia per sbloccare situazioni di lutto irrisolto in ambito familiare.

Cari colleghi psi, vi ricordo, però, che lavorare a lungo e spesso con pazienti luttati può risultare difficoltoso per il terapeuta, perché tale situazione lo mette in contatto con i suoi nodi traumatici, rendendolo vulnerabile ed esposto ai pericoli narcisistici del ruolo di salvatore. Il terapeuta può anche essere soggetto alla sensazione di panico esistenziale, che solitamente viene descritta come un’angoscia profonda, con possibili esperienze dissociative, di depersonalizzazione o di derealizzazione. Per tale motivo è importante che il terapeuta sia in grado di venire a contatto con i propri stati d’animo legati alla perdita e alla disgregazione, ma è altrettanto importante che egli sia ben consapevole del fatto che il pianto e il dolore possono essere anche usati come mezzo di comunicazione con l’altro.

Come ci insegna Jung “Per vivere bisogna saper morire.” La vita ci impone numerose morti simboliche e risulta, dunque, necessaria la capacità di essere aperti ai cambiamenti e alle trasformazioni psichiche riguardanti noi stessi e le nostre relazioni con gli altri.

Compiere il processo di ricostruzione delle rappresentazioni mentali di se stesso, degli altri e delle relazioni che con questi intraprendiamo è qualcosa di molto complesso: un processo, questo, lento nel suo svolgersi e pieno di insidie ed ostacoli, che le difese e le ferite narcisistiche rappresentano.

È necessario, dunque, essere pronti al cambiamento per poter riuscire a riorganizzarci dopo il devastante sconvolgimento che un evento traumatico, come il lutto, può comportare.

Il grande analista svizzero, Jung, ci ricorda, infatti, che la vita nei suoi cicli passa attraverso diverse “morti”, ma dobbiamo essere aperti al cambiamento per poter rinascere.

 

Dott.ssa Valentina Pazienza

 

 

 

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