L’uso della parola col paziente adolescente

Posted on Ott 29, 2014 in Adolescenti, In primo piano, Teoria | 0 comments

L’uso della parola col paziente adolescente

Parlare al ragazzo in analisi significa permettere anche a lui di parlarci e parlarsi, dato che in seguito all’impatto della nostra parola è possibile una attivazione o riattivazione di una adolescenza altrimenti bloccata o, nelle ipotesi meno riuscite, una permanenza nel blocco soggettivo, se non la rottura del rapporto analitico. Perché ci sia una comunicazione proficua è necessaria una certa fiducia reciproca; niente è tuttavia meno sicuro da stabilire con l’adolescente, sia nel primo colloquio che nei successivi. La domanda di aiuto che il giovane paziente porta è spesso confusa. Egli chiede un aiuto psicologico, ma nello stesso tempo non può accettare l’aiuto dall’altro, dal momento che non riconosce a se stesso la capacità di curarsi. Nei primi incontri con il ragazzo quindi tutto è di importanza estrema e anche il nostro intervento non può essere che complesso perché, non appena lo invitiamo a pensare insieme a noi, andiamo ad attaccare una sua difesa. Appare dunque importante, nel primo incontro con l’adolescente, porsi il problema di valutare le sue capacità di pensiero poiché il nostro scambio avviene attraverso l’uso della parola. Il pensiero si trova al centro della negoziazione tra interno ed esterno ed ha la funzione di rendere pubblico ciò che è intimo: l’istanza che regola questa negoziazione è il preconscio. Con l’avvento della pubertà l’adolescente deve rinunciare a rendere concreto ciò che è da lui pensato, in relazione soprattutto alla rinuncia dell’Edipo. Durante l’infanzia la conclusione dell’Edipo era stata rimandata a più tardi ed è proprio quando diventa possibile la realizzazione dell’incesto e del parricidio che bisogna rinunciarvi. Questi desideri che creano turbativa si allontanano dalla coscienza ma vengono ripresi nell’attività fantasmatica, dove è possibile un investimento di queste idee senza legame con la realtà esterna. Freud (1911) ne Sui due principi dell’accadere psichico ci mostra che una delle funzioni del pensiero è quella di separare ciò che è reale da ciò che rimane nel mondo interno. C’è un’area che è indipendente dal principio di realtà ma ubbidisce al principio del piacere, vale a dire l’area delle fantasie. L’onnipotenza infantile in adolescenza non viene mai del tutto abbandonata, ma si ritrova e sopravvive nelle fantasticherie, quindi una parte del pensiero non si sottomette mai al principio di realtà. Durante l’infanzia, mentre lo sviluppo prosegue per ciò che riguarda lo sviluppo cognitivo, le pulsioni sessuali si comportano in un modo autoerotico e trovano così la loro soddisfazione. La pubertà dà nuove possibilità al bambino che diventa adolescente, in particolare gli dà la possibilità di realizzare i suoi desideri edipici. Per poter accettare questa realtà senza ammalarsi, l’adolescente deve rinunciare ad una quota di onnipotenza infantile. L’avvento di ciò che Gutton (2008) ha definito “esplosione puberale” sottolinea bene la dimensione traumatica della pubertà, intesa come sopraffazione del soggetto da parte degli eccitamenti che vengono sia dall’esterno che dall’interno. Nessun adolescente può evitare il periodo in cui lo scioglimento dei legami con gli oggetti idealizzati dell’infanzia libera un’enorme energia che rischia di essere distruttiva, ma questi scioglimenti sono indispensabili affinché nuovi legami possano essere realizzati. Nell’analisi della domanda bisogna quindi valutare se il paziente è alla ricerca di un’altra soluzione che non sia solo quella della scarica. Anche se egli non è in grado al momento di utilizzare l’oggetto, è importante valutare il desiderio dell’oggetto. Ladame e Perret-Catipovic (1998) riportano l’esempio illuminante dell’Amleto di Shakespeare il quale, nel porsi il problema “essere o non essere”, si angoscia sempre più ed è talmente inflazionato dai pensieri, che lo rinviano sempre al parricidio e all’incesto, che non può dormire per la paura di sognare. Sono i processi del preconscio ad esercitare una inibizione della tendenza alla scarica, producendo un differimento di essa. Come precisa Freud (1915) l’inconscio intrattiene con il preconscio una serie di relazioni, lo influenza e ne è influenzato . Fra i vari autori che hanno rivisitato e approfondito il ruolo del preconscio nella pratica psicoanalitica con gli adolescenti, l’ultimo e più autorevole è Raymond Cahn (2000). Egli destina un ruolo fondamentale al preconscio e raccomanda ai colleghi di usare la massima sensibilità nel cogliere le occasioni nelle quali si dispiega il transfert. Per Chan (2004) appare fondamentale che lo psicoanalista assuma la funzione, con il suo personale lavoro immaginativo, di creare o ricostruire legami che permettano di ritrovare senso attraverso i collegamenti che egli stesso tenta di stabilire tra gli elementi portati dal paziente. Dobbiamo essere consapevoli che quando proponiamo un percorso analitico, noi mettiamo il ragazzo in grande difficoltà. Lo invitiamo ad una relazione asimmetrica per riuscire a superare la sua relazione di dipendenza dai genitori. Gli chiediamo di accettare la vicinanza di un adulto nell’osservare una condizione che vede implicato un corpo mostruoso, incestuoso e parricida. Gli chiediamo di pensare insieme a noi ciò che Gutton (2008) definisce la “bruttezza pubertaria”. In definitiva gli chiediamo di tollerare la contraddizione insieme a noi e inserirla in una dimensione conflittuale. Per questo il percorso analitico con l’adolescente e il giovane adulto è, come suggerisce Novelletto (2002), un continuo percorso di “negoziazione”. Ciò avviene attraverso l’uso della parola. Una via per uscire dal paradosso della nostra condizione appare essere quella di mostrare al ragazzo come il nostro pensiero si costruisce attraverso l’uso che facciamo delle sue parole. Quinodoz (2002) definisce la parola usata in questo modo, “parola incarnata”: una parola dove c’è il nostro pensare, il nostro sentire e anche il nostro corpo. Sembra proprio che il paziente tema meno un tale funzionamento di pensiero. Egli lentamente si incuriosisce ad un adulto così diverso, gli si avvicina, lo umanizza, perlustra un nuovo mondo che inizia ad affascinarlo. Questo dialogo così particolare con l’adulto diventa per lui un’esperienza nuova, unica, inedita. L’uso dell’interpretazione con l’adolescente e il giovane adulto è materia delicata, ma altre modalità di parola esistono e si rivelano essenziali. Parole usate per sottolineare, prolungare, riscontrare, lievemente contestare, stupirsi, persino sorprendere. Rispetto a questi diversi stili di parola, il sottile limite ove situare l’interpretazione è forse nella capacità di creare dei legami tra i diversi discorsi uditi. Se dico “sei inquieto…” rilevo la presenza di una sofferenza, di un’angoscia. Questo collegamento può accompagnarsi alla rivelazione di un senso nascosto. Per il solo fatto di creare collegamenti tra le parole del ragazzo, utilizzando le nostre, un nuovo senso compare, qualcosa prima ignorato fa la sua apparizione, ciò che era taciuto fino a quel momento diventa dicibile. Attraverso questo tipo d’interpretazione l’adolescente è portato a scoprire il beneficio del nostro incontro, ci scopre adulti diversi, attenti ad altre realtà, a valori non convenzionali. La nuova prospettiva lo attira e lo impegna in un lavoro interiore cui aspirava, ma che temeva al tempo stesso. I primi colloqui rivelano un’importanza particolare, nella misura in cui la posta in gioco consiste nel rendere o non rendere possibile l’intesa necessaria tra il paziente e noi. Questa domanda si pone sempre ma con l’adolescente e il giovane adulto la sollecitazione è ancora più viva e l’esito più incerto. A volte capita di avere dei primi colloqui che sembrano andare troppo bene, e che si smontano l’indomani: nel confidarsi troppo velocemente, il ragazzo si sente reso più fragile. Al contrario, quando il paziente ha difficoltà a parlare, il primo colloquio si rivela problematico. In queste situazioni ho l’abitudine a mostrarmi più attivo, a interrogare sulla vita quotidiana, ordinaria. Sondo qualche suo vissuto: “Come reagisci?… Cosa ti provoca?…”, mettendo così alla prova la sua capacità di affrontare una tematica più interiore. Anche se ci riesco, non mi ci rinchiudo, torno verso dettagli più quotidiani, instauro in qualche modo una zona più neutra, franca. Passo da un luogo all’altro e poi ritento e mi spingo un po’ più lontano, nell’apertura alla fiducia. Lavorando sul transfert-controtransfert siamo quindi continuamente impegnati a trovare le parole giuste, comunicandole al momento opportuno, prestando estrema attenzione a esprimere, con differenti sfumature, ciò che si sta disvelando nella relazione analitica. In contesti particolari ove la parola a volte appare carente di senso, se non pura evacuazione, appare fondamentale prestare attenzione ad un linguaggio allargato, ove il corpo, la voce, la mimica, i gesti, il tono, i sospiri, contribuiscono a costruire un’immagine sonora che riempie di senso la parola e arricchisce la nostra comprensione. Il dover accogliere, metabolizzare e comunicare tutto questa massa di informazioni che riceviamo attraverso la parola, credo sia il fondamento di ogni lavoro psicoanalitico. Se il paziente parla e si confida, quali che siano i dati di cui tratta, si è rimesso in moto un processo del pensiero che a sua volta rilancerà il processo soggettivo.

Maurizio Cottone

jessie

estratto da “Riflessioni sull’uso della parola col paziente adolescente: il caso di Paolo” in Adolescenza e Psicoanalisi, Novembre 2012, Edizioni Magi, Roma

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