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Cinema e Psicoanalisi – 12 di Nikita Mikhalkov

Posted by on Feb 12, 2015 in Cinema e Psicoanalisi, In primo piano, Psicodramma | 0 comments

Cinema e Psicoanalisi – 12 di Nikita Mikhalkov

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Dodici giurati si ritrovano a dover decidere all’unanimità della sorte – ormai segnata – di un giovane ceceno accusato di parricidio. Ma nel meccanismo qualcosa si inceppa, e la certezza della pena viene messa in dubbio da un giurato che, poco a poco, costringe ognuno a rivedere le proprie posizioni, rendendo la sentenza più difficile del previsto.                    

Meritato vincitore del Gran Premio della Giuria alla Mostra Cinematografica di Venezia del 2007, 12 è la rielaborazione del testo scritto da Reginald Rose già utilizzato in “Twelve Angry Men” (“La parola ai giurati”), film diretto da Sidney Lumet nel 1957. Mikhalkov sposta la vicenda dall’America delle lotte razziali alla Russia attuale: questa è una “tipica storia russa” dice uno dei protagonisti, ma noi sappiamo che potrebbe essere anche una storia italiana, in tempi attuali di globalizzazione. E’ la storia di un paese in cui le scuole hanno tubature a vista costruite quarant’anni prima; in cui i becchini usano squallidi trucchi per guadagnare qualche soldo in più; in cui le banche stritolano i deboli, mentre aiutano palazzinari senza scrupoli a ottenere con qualsiasi mezzo l’oggetto della speculazione; in cui le persone diventano schiave di oggetti di consumo quali cellulari, televisioni, automobili e perfino coltelli. Un paese in cui tutti sappiamo che funziona così, “da sempre”; un paese dove tutti oramai siamo più o meno corrotti dal “discorso del capitalista”. Ma dove istituzioni e giustizia falliscono, emerge la legge del cuore, che fa alzare una mano sola contro undici, quando ormai il destino di un ragazzo ceceno era già deciso: “è uno sporco selvaggio assassino, uno di quelli che ci fanno sentire stranieri nella nostra stessa terra” dirà il più problematico dei dodici giurati e sembrano parole in bocca a qualsiasi italiano stanco di immigrati.   Completamente ambientato in una fatiscente palestra in disuso – a parte le vicende belliche in cui ci viene narrato il terribile percorso di crescita del ragazzo – il film è innanzitutto una grande prova corale di attori, strepitosi nella magistrale direzione di un grande vecchio del cinema russo e mondiale. Un regista che ha mosso i primi passi insieme al grande amico Andrej Tarkovskij, dirigendo insieme a lui, a soli vent’anni, il cortometraggio di diploma al Corso di Cinematografia Sovietico. 12 presenta vari piani di lettura, da quello sociale a quello spirituale, ma Mikhalkov fornisce una formidabile occasione per mostrare al pubblico cos’è lo psicodramma analitico e come funziona il suo strumento terapeutico. In una unica seduta fiume (quasi il concentrato di un lavoro a lungo termine in un gruppo terapeutico) le coordinate del setting sono già stabilite: un ambiente in cui si deve sostare per tutta la seduta, un numero definito di partecipanti, infine l’utilizzo del “gioco” come strumento di ricerca di verità. Nel film sono implicitamente presenti anche un conduttore e un osservatore. Il cosiddetto conduttore, nel film si presenterà subito, stimolando la riflessione negli altri partecipanti; l’altro, il presidente della giuria, interpretato da Mikhalkov stesso, si svelerà solo alla fine. La cosa in cui la seduta dei protagonisti del film differisce dal gruppo terapeutico è la sua durata e la sua non ripetibilità: senza limiti di tempo nel film (ma si tratta di un’unica seduta), con un tempo ben preciso (di un’ora e mezza) nel gruppo di psicodramma. Nel film la compassione di un giurato aprirà alla riflessione del gruppo, perché “nessuna verità è assoluta”, anzi “tutto è possibile”, come dirà il giurato di origine ebrea. Ovviamente questo non è un film buonista, la “pietà” di cui si parla non è “pietismo”: 12 è un lavoro carico soprattutto di spiritualità, quella stessa spiritualità che, nella tradizione cinematografica e culturale russa (pensiamo solo ai film di Tarkovskij), diviene dapprima melodia poetica, infine melodia della coscienza e fonte di ricerca di verità profonde : una melodia simile al cinguettare dell’ uccellino intrappolato nella palestra, per citare uno dei simbolismi presenti nell’opera. La libertà di cui parla Mikhalkov  non risiede nel giudizio morale, così facile a scivolare nel pregiudizio, risiede nell’etica del dubbio, nella libertà del potere riflessivo e nella consapevolezza che la verità su noi stessi e gli altri è sempre in divenire, mai un dato certo. Rendere liberi gli altri significa lasciare, a loro e a noi stessi, la possibilità di scegliere, scegliere anche di sbagliare. La compassione di cui si parla nel film, è intesa nel senso etimologico del termine ‘cum-patire’, soffrire insieme, ed è lo strumento regio dello specialista nel avvicinare la sofferenza del paziente. La compassione dello psicoanalista, la sua etica, non è data, non è una dote superiore – come purtroppo crede qualche collega così a suo agio nella posizione del “padrone” – ma è frutto di un lavoro svolto, durante la propria “formazione permanente”, con specialisti più esperti e con i colleghi. Un lavoro analitico svolto su di sé, che permette di avvicinare la sofferenza del paziente e condividerla, per compassione; lavoro che fornisce una bussola nel rapportarsi alla sofferenza dell’altro, lavoro senza il quale la mera ortodossia tecnica e teorica è nulla. E’ interessante notare come, anche in 12, gli episodi esperienziali di ogni singolo giurato sono quelli che lo definiscono e gli forniscono una bussola nel rapporto con l’altro. Forse non è un caso che il taxista, il giurato più razzista, più difeso, ha un vissuto doloroso rimosso, con cui riuscirà ad entrare in contatto solo nella intensa scena finale, grazie al lavoro emozionale svolto precedentemente in gruppo. La ricostruzione dei giurati della verità processuale, attraverso la rappresentazione teatrale, è equivalente a ciò che avviene nello psicodramma analitico attraverso il “gioco”: lo scopo di questo gioco è quello di ricercare la verità personale di ogni singolo paziente. Così come nel film, nel gruppo terapeutico, questa verità viene svelata attraverso il vissuto emotivo: vi è una rappresentazione di un fatto, lo si interpreta attraverso la finzione scenica, ma l’emozione che si vive è vera e intensa, così come si osserva nei giochi messi in scena nel film, dove alcuni fanno vivere la propria questione emotiva all’altro. Questione altamente drammatica nel caso del giurato razzista. E quando il presidente della giuria svelerà il suo ruolo, ogni giurato si sarà in parte appropriato dei propri aspetti emotivi più fragili, del proprio “essere male” interiore, “malessere” fino ad allora rifiutato e posto nel ragazzo ceceno. La crescita personale dipenda sempre dal confronto con l’altro  attraverso il legame sociale. Se è vero che “le cose vanno sempre così” come amaramente afferma il presidente della giuria alla fine del film, è anche vero che una maggiore coscienza permette cambiamenti soggettivi, che possono influenzare terapeuticamente gli altri. Nel caso dei protagonisti del film una maggiore consapevolezza permette l’incontro tra chi un figlio non l’aveva e un giovane reietto, orfano del mondo. In un gruppo di psicodramma, una maggiore integrazione tra vissuti emotivi conflittuali, permette l’autonomia da condizionamenti familiari e sociali. Condizionamenti interiori, che umiliano e tengono segregata la nostra soggettività.

Maurizio Cottone – Didatta SIPsA-COIRAG-IAGP

La relazione terapeutica negli adolescenti e giovani con DCA

Posted by on Gen 28, 2015 in Adolescenti, Giovani Adulti, Teoria | 0 comments

La relazione  terapeutica negli adolescenti  e giovani con DCA

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ITACA – SEDE DI BOLOGNA

Quando corpo e mente non comunicano tra loro

di Letizia Rotolo

 

Ad ogni primo incontro con una persona adolescente o giovane  sofferente di anoressia restrittiva, mi viene in mente “L’urlo” di Munch. Eppure di solito la ragazza che ho di fronte mostra un atteggiamento duro e deciso, appena stemperato da un sorriso educato, di chi è sicuro del fatto suo, nonostante le pressioni contrarie dell’ambiente circostante. Il corpo deprivato, composto e rigido mi comunica rabbia, angoscia e disperazione, mentre le parole ostentano sicurezza e la chiara intenzione di voler tenere le distanze dalle emozioni e nella relazione. A volte l’atteggiamento è apertamente oppositivo e rivendicativo e non prelude ad un reale desiderio di cambiamento, piuttosto sottolinea il fermo proposito di non cambiare. Mi sento sempre un po’ combattuta al primo incontro tra il desiderio di tirarmi indietro e quello di accogliere. L’aggressività che trapela dal corpo e dall’atteggiamento di queste pazienti mi spaventa, ma mi sono abituata a contenere le mie paure (sono pazienti di solito difficili, che mettono a dura prova, interrompono facilmente il trattamento), senza negarle, nella speranza di essere un po’ d’aiuto. Ma a cosa prestare ascolto? All’angoscia trasmessa dal corpo o alla determinazione ostentata a parole? L’esperienza interna di queste pazienti è scissa. Ho imparato ad accoglierle , con il loro corpo sofferente da un lato e il loro rifiuto di cambiare dall’altro. E confido nella mia pazienza. Come Ferenczi insegna l’analista deve avere pazienza, deve sapere aspettare. Nella persona affetta da anoressia restrittiva è più evidente la mancata integrazione tra il corpo e la mente, che caratterizza in modo più o meno marcato anche le altre forme di DCA, i disturbi psicosomatici e quelli dissociativi. Lavorando con pazienti che soffrono per anoressia o bulimia, è frequente osservare la scissione tra la mente e il corpo: la mente è super nutrita, il corpo tenuto a stecchetto o ingozzato senza amore. Il lavoro intellettuale è esaltato e idealizzato, anche se la sicurezza mostrata in questo ambito è animata più dal dovere e dal perfezionismo che dal piacere. Il corpo è disprezzato, punito, mortificato, ferito. Corpo e mente appaiono come “slegati” che, similmente ai “separati in casa”, a forza di non comunicare, mente e corpo sviluppano disinteresse, diffidenza e ostilità reciproca.       I pensieri ossessivi legati al corpo sono tutti rivolti a qualità ed esigenze concrete: aspetto fisico, peso, fame, calorie, cibo, movimento, prendere dentro e buttar fuori ecc. Se si parla di emozioni o sono negate o sono razionalizzate. Se espresse sono “vomitate” senza mai dar luogo a vera introspezione. Mantenere la dissociazione richiede una grande quantità di energie. Fino a quando il corpo ce la fa, l’angoscia viene tenuta a bada dalla dedizione allo studio e da risultati scolastici eccellenti. Qualsiasi richiamo alla ragione o alla volontà, rispetto al proposito di digiunare o di abbuffarsi, è destinato a cadere nel vuoto oppure provoca reazioni di rabbia, sospetto e rancore. Queste pazienti sono sincere quando affermano di vedersi grasse, sformate o gonfie da scoppiare. Sono sincere quando temono le conseguenze che possono derivare da atti semplici, che a noi appaiono banali, ma che per loro sono drammatiche: per loro mangiare solo un boccone in più è come se davvero rischiassero di morire.

 

Senso e significati del sintomo

L’esperienza clinica avvalora l’ipotesi che il sintomo sia una modalità difensiva a protezione di un’area della personalità molto fragile e vulnerabile. Spesso nei primi colloqui dico alla paziente che non l’aiuterò a liberarsi del sintomo (queste pazienti hanno un gran timore di essere costrette a farlo), ma che prima di pensare a qualsiasi cambiamento, cercheremo insieme di capirne il senso: cioè la sua intenzione positiva. E’ una cosa che può fare per sé, per conoscersi meglio. Nel racconto autobiografico si possono scorgere i segnali di qualcosa che è mancato: distacchi troppo precoci, forzature nella crescita, periodi di solitudine affettiva, traumi importanti che sono apparentemente scivolati via come niente fosse. Spesso si delinea un ambiente che non ha saputo o potuto accorgersi dei bisogni della paziente, già da neonata, poi da bambina e da adolescente. Non li ha visti e non ha risposto, oppure ha dato risposte non utili o limitanti. Solo grazie ad un delicato, lungo e paziente lavoro psicologico, in un clima di grande fiducia, il muro dell’autosufficienza può cominciare a sgretolarsi, per lasciar posto alle prime consapevolezze ancora incerte di avere dei bisogni. Allora fa capolino il timore di “non essere viste”, di non esistere, di scomparire, di essere trasparenti, di non essere mai nate, ecc . Il sintomo è, “un medicamento d’urgenza”, capace di contrastare concretamente, per brevi momenti, la sensazione di perdita di consistenza corporea, attraverso l’iperstimolazione sensoriale: attraverso cioè le contrazioni dolorose indotte dalla fame, il dolore prodotto da ferite cutanee autoprocurate, un’abbuffata che dilata in modo brusco le pareti dello stomaco; il vomito che lo svuota, l’iperattività fisica. E’ inutile interpretare queste condotte, perché, essendo espressione di una dissociazione interna, non hanno un valore simbolico (non esprimono cioè impulsi indesiderati o un conflitto da rimuovere), ma sono azioni concrete e ripetitive, dirette a contrastare la sensazione di non esistere. Il dolore ha il potere di far sentire ancora vivo il corpo, di risvegliare la consapevolezza corporea, di confermare la non morte di un Sé segregato, “imperfetto” perché fragile e vulnerabile. Quello che gli altri vedono è un Sé maschera, vissuto anche con odio, perché risponde esclusivamente alle aspettative degli altri, ma di cui non si può fare a meno perché l’unica parte di sé che la paziente crede abbia il diritto di esistere (o a cui la paziente dà il diritto di esistere). Ecco quindi che esplorando i significati del sintomo si intravede questo Sé nascosto e vulnerabile, ma più autentico, a cui appartiene il bisogno di tornare piccole e di riprendersi l’attenzione che non c’è stata, ma anche il desiderio di crescere senza paura di essere abbandonate o di perdere l’affetto dei propri cari. Il percorso non è mai indolore, anzi spesso si accompagna a fortissime resistenze, un grande spavento, un senso di enorme smarrimento e confusione e quindi sono sempre possibili delle ricadute. Infatti il contatto con le emozioni può produrre una specie di maremoto, che si teme di non poter affrontare. La strada è quindi molto impegnativa, richiede una grande fiducia nella relazione con lo psicoterapeuta e non sempre si può fare tutta in una volta.

 

Trauma

I disagi legati al corpo e i disordini nella condotta alimentare non sono sempre espressione di una dissociazione. Occorre saper distinguere quando esprimono in modo simbolico un conflitto o un impulso indesiderabile (e quindi indicano un disturbo nevrotico più facilmente curabile) e quando invece una negazione dell’attività psichica. In quest’ultimo caso il sintomo ha il senso di contenere una mancanza che non è simbolizzabile (cioè non è rappresentabile), un vuoto creatosi proprio quando l’Io non era ancora in grado di difendersi dall’angoscia che questa mancanza procurava. Come afferma Winnicott, in età precoce si è verificato un blocco evolutivo: una situazione di carenza affettiva si è congelata nella psiche del bambino. Balint l’ha definito “un difetto di base”, altri “una lesione nella fiducia di base” (teorici dell’attaccamento). Credo sia estremamente importante chiarire i concetti di ambiente, carenza affettiva e trauma. Con ambiente mi riferisco al contesto in cui è inserito il bambino, intendendo non solo la disponibilità affettiva materna (che comunque nei primi mesi di vita è l’ambiente – per eccellenza – percepito dal bambino), ma anche la qualità di cura e di contenimento delle altre persone nei confronti della coppia madre-bambino. Con carenza intendo non solo la mancanza d’amore, ma anche il dare troppo. La psicoanalisi ha rivisto il concetto di trauma, allargandolo al contesto, allo stato del soggetto (età, fase dello sviluppo, capacità psicofisiche, ecc.), alle caratteristiche della relazione all’interno del quale si verifica. Quanto più una relazione è significativa, si verifica precocemente, perdura nel tempo, tanto più l’evento ha impatto traumatico e conseguenze dannose. Bonfiglio (1999) definisce traumatica “l’esperienza momentanea o prolungata di non percepirsi esistente e padrone di se stesso, dei propri pensieri e delle proprie scelte..” e ancora un evento o una situazione “che mette fuori gioco l’integrità psichica del soggetto, mettendolo temporaneamente in scacco e non consentendogli di funzionare in modo unitario e coerente”. Possono presentarsi moltissime occasioni che fanno sì che una mamma non sia disponibile affettivamente verso il bambino: è arrabbiata, è stravolta da un lutto improvviso, è in conflitto con il compagno o con un altro familiare, ha difficoltà con gli altri figli, è sola, è in gravi condizioni economiche, ecc. Non c’è di solito un’intenzione consapevole di rifiutare o trascurare il bambino, ma il posto del bambino nella mente della mamma è occupato da altro. Nella storia delle pazienti affette da un disturbo del comportamento alimentare sono spesso presenti disturbi della relazione precoce (difficoltà del sonno, rifiuto del latte) in concomitanza con stati di malessere della madre dovuti ad una o più delle situazioni sopradescritte. A volte tuttavia non emerge un evento preciso, quanto l’immagine di un’infanzia idealizzata e la descrizione di una bambina che “non ha mai dato problemi”, ma che approfondendo si è sentita eccessivamente e precocemente responsabilizzata e che si è iperadattata alle esigenze della madre e della famiglia. Altre volte emerge un trauma nella seconda infanzia (la grave malattia di un fratellino) o nell’adolescenza (per esempio un abuso o un aborto), non per questo meno doloroso, che ha destabilizzato un’Io ancora instabile e in formazione

 

Il percorso terapeutico

Premetto che la psicoterapia analitica ha un setting diverso dall’analisi tradizionale: in psicoterapia non si usa il lettino e le sedute si svolgono come una conversazione viso a viso, con appuntamenti regolari una o due volte la settimana al massimo. Come afferma Fabio Metelli nella prefazione al libro “Psicoanalisi e psicoterapia analitica” di Munari e Racalbuto, mentre l’analisi mira ad una ristrutturazione della personalità, gli obiettivi della psicoterapia analitica sono più limitati: si tratta di intervenire sulle aree connesse a determinati disturbi di un paziente, allo scopo di migliorarne le condizioni psichiche, ristabilendo un equilibrio nel rapporto con se stesso e con gli altri. Una psicanalisi classica richiede sempre tempi lunghi, una psicoterapia può raggiungere lo scopo prefissato con un numero inferiore di sedute. Ciò non significa che condurre una psicoterapia sia più facile che un’analisi, dal momento che la psicoterapia “richiede maggior autocontrollo .. e un’elevata capacità di prestare attenzione ai modi di comunicare dei pazienti e ai loro bisogni” (Limentani A., Ibidem) La persona che soffre di un disturbo. del comportamento alimentare non sempre arriva dallo psicoterapeuta con una personale e vera motivazione alla psicoterapia. Come ho accennato all’inizio, il sintomo è già per la persona una “soluzione”. Inoltre, fornisce di solito un importante vantaggio secondario nella relazione con i genitori e gli altri familiari, che preoccupati e in ansia diventano più attenti, sensibili e disponibili. Quando i genitori si rendono conto che la figlia ha un problema serio nei confronti del cibo, di solito provano diversi sentimenti contrastanti: apprensione, senso di colpa, mortificazione, rabbia. A volte essi hanno molte resistenze ad ammettere che si tratta di una vera e propria malattia e non di un capriccio o di una modalità oppositiva, magari temporanea, e che non bastano ragione, convincimenti, volontà o punizioni per ripristinare una situazione di normalità. Anche i genitori soffrono e possono reagire al dolore con modalità non sempre costruttive. Possono esservi, inoltre, delle ragioni inconsce che inducono la famiglia a mantenere la situazione in atto, piuttosto che ricercare o facilitare un cambiamento. Anche i genitori hanno bisogno di essere aiutati, informati e sostenuti nel difficile e faticosissimo compito di aiutare a propria volta la figlia ad uscire dalla malattia. Ed è di fondamentale importanza che credano nell’aiuto psicoterapeutico, abbinato a quello farmacologico se necessario. Nella mia esperienza ho verificato che quando i genitori sono consapevoli e collaboranti (cioè disposti a rivedere se stessi e il loro rapporto con la figlia, fiduciosi e non intrusivi) il cammino verso la guarigione è più facile e di solito più breve. A volte può passare molto tempo prima che la persona decida di iniziare una psicoterapia, anche se c’è l’appoggio dei genitori e più di un terapeuta che si è dichiarato disponibile. La fase iniziale di una psicoterapia, che si identifica sostanzialmente nella costruzione di una relazione di fiducia, può essere anche molto lunga ed impegnativa, perché queste pazienti sono in genere diffidenti o molto sfiduciate. Uno dei problemi che mostrano e sentono di più, al di là del peso e delle calorie, è la mancanza di una misura nello stabilire e mantenere le distanze “affettive” nelle relazioni con gli altri: o si aggrappano o si isolano. Esse si difendono in tal modo dallo sperimentare un contatto emotivo intenso, pur desiderandolo. Per favorire la fiducia, il terapeuta si mette “a disposizione” della paziente: l’ascolta, evita di essere intrusivo e nello stesso tempo riflette in modo empatico le sue considerazioni. Non interpreta. Evita di entrare nel merito di peso e calorie (che sono di competenza del medico e della dietologa) e si mostra interessato a scoprire insieme a lei il senso del disturbo che pervade la sua vita quotidiana. I primi segnali di un senso di fiducia verso il terapeuta di solito sono emozioni legate a qualche ricordo piacevole o spiacevole dell’infanzia, oppure il racconto di un sogno. A questo punto può iniziare il vero lavoro terapeutico. Spesso è la curiosità di capire cosa è accaduto e non funziona dentro di lei che motiva la paziente a riflettere sul suo mondo interiore, mentre prendono spazio i sentimenti legati al transfert. Il rischio di acting out rimane comunque sempre molto alto. La paziente può rifiutare categoricamente anche la più piccola interpretazione. In questo periodo la situazione rispetto al cibo, in casa e nelle relazioni esterne non sempre migliora, a volte anzi può peggiorare, come se la paziente “facesse pagare” ai genitori una fatica che a suo vedere dipende solo da loro. La condotta masochistica sembra esprimere un “bisogno di fallire”, una ricerca perversa di conferme del non amore o dell’indifferenza da parte degli altri. Questo accade anche nella relazione terapeutica. Per molti mesi la relazione con la paziente può avere la caratteristica quasi di un idillio o di una forte intesa. E’ difficile per il terapeuta non cadere nella trappola di sentirsi il genitore ideale che la paziente ha sempre sognato. Poi ad un certo punto si verifica un colpo di scena: la paziente è delusa anche solo da una piccola mancanza del terapeuta che improvvisamente riconosce “imperfetto”. E’ il momento più delicato della psicoterapia. Se il rapporto tiene, c’è la possibilità di ri-sperimentare il trauma infantile nella situazione protetta della psicoterapia: per la paziente ciò significa scoprire, attraverso il sentire piuttosto che il pensare, cosa è mancato, provare dolore per questo, potersi svincolare dall’immagine di un genitore idealizzato e far posto ad un genitore più reale con i suoi difetti e le sue qualità positive. In sostanza si tratta di far vivere alla paziente una “esperienza correttiva” (Franz Alexander) per potersi separare dall’infanzia e ricominciare a crescere.

 

Letizia Rotolo

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Alexander F. (1930). Zur Genese des Kastrationskomplexes. Internationale Zeitschift für Psychoanalyse, 1930, XVI Band (trad. inglese: Concerning the genesis of the castration complex. Psychoanalytic Review, 1935, XXII, 1)

 

Aron L. Menti che si incontrano, Rafffaello Cortina Editore, Milano, 2004

 

Balint, M. “Il difetto fondamentale”, in La regressione, Milano, Raffaello Cortina, 1983

 

Bonfiglio 1999 Rivista italiana di neuropatologia, psichiatria e elettroterapia

 

Borgogno F. (1997). Elasticity of technique: the psychoanalytic project and the trajectory of

 

Ferenczi’s life. The American Journal of Psychoanalysis, 61,4, 391-407, 2001.

 

Borgogno F. (1998). Sándor Ferenczi’s first paper considered as a “calling card”. Int.Forum

 

Psychoanal., 8, 249-256.

 

Borgogno F. (1999a). Psicoanalisi come percorso. Torino, Boringhieri.

 

Brusset B. Psicopatologia dell’anoressia mentale. Borla, Roma 2002.

 

Ferenczi, “Tecnica psicoanalitica”, in Fondamenti di psicoanalisi, vol. 2, Rimini, Guaraldi, 1973; ma il lavoro originale é del 1919.

 

Munari I., A. Racalbuto, A:Limentano, F.Metalli : Psicopatologie e tecniche per l’intervento clinico-Psicoanalisi e psicologia dinamica, Franco Angeli editore 2 edizione 1989

 

Recalcati M., U.Zuccardi Merli Anoressia, bulimia, obesità, Bollati Boringhieri, Torino, 2006

 

Winnicott D. W:. Gioco e realtà, Editore Armando 1974

Nuove relazioni e nuovi legami affettivi dopo la separazione: rapporti tra genitori, figli e nuovi partner.

Posted by on Gen 16, 2015 in In primo piano, Psicologia Giuridica, Teoria | 0 comments

Nuove relazioni e nuovi legami affettivi dopo la separazione: rapporti tra genitori, figli e nuovi partner.

 ITACA – SEDE DI BOLOGNA

di Anna Aiello.

Nel seguente lavoro riprendo in linea generale quanto esposto all’interno del ciclo di seminari: La separazione e il divorzio tra psicologia e diritto. “Separazione e figli: I nuovi partner possono causare pregiudizio?” organizzato dall’Associazione Itaca sede operativa (Bo). Dal punto di vista psicologico cercheremo di conoscere meglio la figura del nuovo partner (terzo genitore), non come fonte di pregiudizio e quindi causa di danno per la salute psicologica del bambino, ma come possibile punto di riferimento per i figli del compagno/a e come possibile risorsa anche per il genitore biologico. Decidere di iniziare una nuova relazione dopo una separazione e/o divorzio quando ci sono già dei figli richiede una maggiore consapevolezza e accortezza. Per questo motivo, può essere utile seguire degli accorgimenti che possono facilitare la costruzione di una nuova relazione dove sono già presenti dei figli. Tra le domande che i genitori si pongono quando decidono di iniziare una nuova relazione troviamo: – Come e quando presentare ai figli il nuovo compagno o la nuova compagna? – Sono separata/o e ho un nuovo compagno/a: come affrontare l’argomento con mio figlio? – Che ruolo hanno i nuovi partner? – Quali devono essere i rapporti con gli ex-mariti/mogli? Sono tanti gli interrogativi che i genitori si pongono prima di affrontare una nuova relazione dopo la separazione, poiché dietro queste richieste vi è un profondo desiderio e preoccupazione da parte loro di proteggere e rassicurare i propri figli dalle sofferenze che possono in qualche modo intaccare la loro serenità. Uno degli aspetti più intriganti e anche meno studiati delle famiglie del post-divorzio/separazione è il rapporto del nuovo partner con i figli del primo matrimonio. […] La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse» (Durkheim, 1888). Queste parole che sembrano trovare conferma nel passare del tempo ci aiutano a comprendere le trasformazioni della famiglia contemporanea e ci insegnano che oggi non si può più parlare di famiglia, come di un’entità stabile e definibile in termini assoluti. La famiglia è un fenomeno bio-sociale che deve essere considerato all’interno dei mutamenti politici e culturali di una società. Non si può teoricamente parlare della famiglia in generale, ma solamente di tipi di famiglie (Marzo, 2002). Il modo di essere e fare famiglia è cambiato, e così anche il linguaggio e i termini per definire relazioni e rapporti all’interno di essa: non si parla più di patrigno o matrigna, a cui spesso si associavano connotazioni negative, ma di padre bonus o madre bonus e le famiglie vengono denominate allargate o ricomposte. Nella famiglia tradizionale i ruoli sono chiari e definiti all’origine. Nelle famiglie ricomposte non c’è questa chiarezza e colui/colei che vive con i figli del partner, o li vede spesso, può avere difficoltà a collocarsi e a individuare una linea di condotta coerente. (Ferraris, 1997). È importante ricordare che con la separazione non si perde la propria funzione genitoriale, ma questa assume forme e modalità diverse nel momento in cui la coppia non è più tale, e in particolar modo nel momento in cui ci sarà la formazione di una nuova coppia. La nuova esperienza sarà sicuramente più complessa perché i ruoli familiari si moltiplicano; nonostante alcuni di questi siano previsti dalla nostra legislazione, ciò non rende questa esperienza meno difficile da gestire emotivamente. Si tratta di una condizione nella quale i rapporti interpersonali mettono in campo emozioni e sentimenti intensi e a volte contrastanti che è necessario riconoscere ed elaborare.

 

La Famiglia Allargata

Le famiglie ricostituite e/o allargate, sono quelle che derivano dall’unione di partner provenienti, entrambi o solo uno dei due, da cessati matrimoni, convivenze o da famiglie monogenitoriali. Nel nuovo nucleo sono inglobati i figli nati da unioni precedenti, anche se a volte può accadere che uno solo porti con sé la propria prole e l’altro, se ne ha, la lasci a convivere con il precedente partner. La complessità delle relazioni che in questo tipo di famiglia si viene a creare, richiede sempre la messa in campo di notevoli risorse per una buona integrazione tra tutti i suoi membri e per la realizzazione del senso di appartenenza di tutti i suoi componenti al nuovo nucleo. Nel processo di ricomposizione familiare si ritrovano principalmente 2 difficoltà:

Lealtà verso i figli.  L’idea, appartenente soprattutto alle donne, che in presenza di figli sia disdicevole occuparsi dei propri desideri. È comune pensare che occuparsi dei propri desideri possa danneggiare i figli. I bambini hanno bisogno di genitori contenti che siano capaci di amarli e lasciarli liberi. Più una persona trova in se stessa la realizzazione, più facilmente riesce ad assolvere ai compiti di accudimento. Il contrario rischia di essere un corto circuito in cui si cercano nell’accudimento quelle soddisfazioni che una persona non riesce a trovare in se stessa.

Affrontare i pregiudizi. Seguire i propri bisogni rende disponibili risorse ed energie per gli accadimenti della vita. Il problema è affrontare i pregiudizi sociali che sono dentro di noi, l’interiorizzazione di un pregiudizio negativo mina risorse ed energie.
I nuovi partner. Si parla molto di separazione, di divorzio e dei problemi cui vanno incontro gli ex coniugi e i loro figli, ma si presta scarsa attenzione a colui o colei che entra nella vita di un bambino o di un ragazzo in qualità di compagno/a di sua madre o suo padre. Il terzo genitore affronta una situazione a cui spesso non è preparato. Diventare il compagno/a di mamma o papà, dormire nel lettone e sentirsi a proprio agio con i figli del partener non è una condizione frequente. Con la loro presenza e a volte il loro rifiuto esplicito, i bambini e i ragazzi possono infatti comunicare all’ultimo arrivato che il suo ingresso in casa è illegittimo, mal tollerato, temporaneo, di intralcio, oppure se abitano nella sua casa, possono dare segni di insoddisfazione e rifiutare gli spazi loro assegnati, autosegregarsi in una stanza. Comportamenti che, da un lato, rappresentano una minaccia continua alla relazione di coppia e, dall’altro, non incoraggiano l’adulto estraneo ad assumere il ruolo attivo e propositivo nella nuova famiglia. Queste considerazioni evidenziano quanto la figura del terzo genitore è dunque una figura tutta da inventare. Alcuni autori (Ferraris, 1997; Juul, 2012) suggeriscono alcune caratteristiche che possono agevolare il rapporto tra “Il terzo genitore “ e i figli acquisiti: 1. Essere empatico/a con i figli dell’altro/a, mettersi nei loro panni. 2. Non essere giudicante, 3. Essere aperto al cambiamento, 4. Reagire con diplomazia, solo così si potrà conquistare la loro fiducia e costruire un rapporto positivo e affettivo. Può capitare che i figli entrino in conflitto con il terzo genitore. In questo caso l’adulto coinvolto non può fare finta di niente. Il miglior consiglio in questi casi, spiega la Ferraris, è non dare valore esagerato al conflitto. Sdrammatizzare gli scontri e mai reagire in maniera dura. Bisogna sempre tenere presente che certi comportamenti del bambino potrebbero essere dettati dalla sofferenza che ha passato e non dalla voglia di fare dispetti. 5. Il terzo genitore non deve essere geloso dei figli. Sono rapporti affettivi diversi. “I figli hanno un ruolo prioritario nella vita del genitore”, dice Juul (2012), “[…] qualsiasi tentativo di competere per il primo posto è inutile. […] L’amore genitoriale è profondamente diverso dalla passione erotica e da un’amicizia adulta tra uomo e donna.” Il terzo genitore deve comprendere che si tratta di rapporti affettivi molto diversi e che non deve assolutamente mettersi sullo stesso piano dei bambini, né provare gelosia. 6. Essere sempre se stessi e cercare di creare un clima autentico e personale con il figlio bonus (cioè acquisito). Sebbene ogni famiglia abbia una struttura e una sua storia che la rende unica e irripetibile, esistono delle linee guida che possono aiutare a orientarsi, a riflettere.
Come e quando presentare ai figli il nuovo compagno o la nuova compagna? Le presentazioni andrebbero fatte solo se la nuova relazione è stabile. È sicuramente indispensabile che la relazione sia consolidata prima che avvengano le presentazioni. Questo proprio per dare al bambino quella stabilità di cui necessita. Ricordiamoci, infatti, che le famiglie ricostituite vengono successivamente ad una relazione fallita e per questo è fondamentale che il nuovo rapporto risulti forte e stabile, sia per evitare un’ulteriore ferita nei figli, oltre che per trasmettere un modello relazionale solido. Prima di presentare il nuovo partner, i genitori dovrebbero esser certi che i figli abbiano chiaro il motivo che li ha portati alla separazione. I figli hanno bisogno di sapere che l’affetto dei genitori nei loro confronti resterà immutato. Bisogna tener conto dell’età dei figli. I piccoli sono più aperti alle novità, anche perché hanno vissuto meno la situazione familiare precedente. Gli adolescenti, che già vivono un periodo di ribellione e cambiamento, potrebbero rifiutare la nuova dimensione familiare, cercando sostegno fuori casa tra gli amici. È comunque importante spiegare cosa succede, proprio per fornire loro un senso che possa aiutarli ad elaborare quanto stanno vivendo. Non dimentichiamoci, infatti, che i bambini non hanno esperienza del mondo come gli adulti e che hanno sempre bisogno di punti di riferimento che spieghino loro come vanno le cose, e se questo manca, il rischio è che crescano nella confusione. Nel momento della presentazione il “feeling” potrebbe non scattare, sia per effettive incompatibilità o antipatie, sia perché il figlio potrebbe temere di ferire l’altro genitore o di soffrire per una nuova separazione. In questi casi è fondamentale il ruolo del genitore, che dovrà avere la pazienza di dialogare con il proprio figlio, spiegando in modo onesto e sincero il motivo che l’ha portato a stare con il nuovo partner.
Quali sono i ruoli dei nuovi partner? Ricordare che il nuovo partner non è il sostituto dell’altro genitore, ed è importante evitare di presentarlo come tale. Molti compiono l’errore di presentare il nuovo partner come la nuova figura che “deve” essere accettata ad ogni costo e rispettata. Questo contribuisce a creare a priori un’antipatia, poiché non viene lasciata al bambino la libertà di scegliere, né di creare in modo spontaneo, il rapporto con l’altro. Il nuovo partner non può entrare nella relazione ponendosi tout court nel ruolo del genitore: tale usurpazione del ruolo del genitore biologico non verrebbe accettata dal figlio. Tenere sempre presente che il bambino, o il ragazzo, ha già due genitori, il cui ruolo è da sostenere, cosa che risulta fondamentale per stabilire un rapporto onesto e proficuo. Sostituirsi ad essi rischia di creare maggiore confusione e conflittualità. Ad esempio: “Tu non sei mio padre e
quindi stai zitto!”, è la risposta che i figli acquisiti si trovano a dare quando i ruoli si confondono. “Certo che non sono tuo padre, ma in quanto adulto ti do delle indicazioni”, è l’atteggiamento che permette di accompagnare i figli acquisiti nel percorso di crescita, diventando punti di riferimento, senza però “rubargli” il loro passato e senza competere con i genitori biologici. Diversi sono i ruoli che il nuovo adulto può ricoprire una volta entrato a far parte del nucleo famigliare (A. Oliverio Ferraris, 1997).

L’amico: il nuovo adulto svolge un ruolo di amico, capace di fornire protezione e interessamento aggiuntivi. È un’amicizia che non implica l’andare d’accordo su tutto, bensì è un rapporto tra persone di età diversa, in cui il più grande è un punto di riferimento e prova empatia verso i sentimenti complessi dei figli acquisiti.

L’altro genitore: questo ruolo viene riconosciuto al nuovo adulto in particolare quando i bambini sono piccoli e hanno scarsissimi contatti con il genitore separato non affidatario.

Il mentore: in questa veste l’adulto è chiamato ad insegnare, scambiare opinioni, pareri e informazioni che possano preparare un giovane alla vita.

Il confidente: quando l’adulto è disposto ad ascoltare. Questo ruolo risulta essere più accettato soprattutto dagli adolescenti, che si sentono lontani dai loro genitori e non riescono a chiedergli dei consigli.

Il modello: a differenza del mentore, il modello insegna col suo esempio al bambino che copia i suoi comportamenti. 5) Come e quando presentare ai figli il nuovo compagno o la nuova compagna? Il terzo genitore deve mettere anche in conto la presenza dell’ex moglie o marito del partner. Nelle separazioni condivise può capitare che l’altro genitore sia molto attivo nella vita dei figli. Anche in questo caso non bisogna mostrare gelosia. Anche se può dare fastidio che il proprio partner condivida con l’ex la gestione dei figli, il terzo genitore deve prendere consapevolezza delle proprie emozioni, razionalizzarle e accettare questo rapporto, sicuramente salutare per i bambini. È importante quindi che gli adulti che compongono la famiglia allargata sappiano costruire una struttura coerente, in modo da non creare contrasti tra le figure di riferimento, o aprire la porta a “gelosie” da parte del genitore separato che potrebbe sentirsi sminuito dalla presenza “ingombrante” di altre persone. Si comprende quindi che la scelta del ruolo che il terzo genitore dovrà rivestire va fatta tenendo conto delle caratteristiche personali che questi possiede, della struttura della famiglia allargata, dell’età e dei bisogni dei figli che la compongono.
Aspetti conflittuali nelle nuove relazioni. Molti dei conflitti delle coppie delle famiglie miste vertono sui figli e sul modo di gestire il denaro e le risorse. Altre fonti di difficoltà possono riguardare: il sesso, il lavoro, le questioni legali, la religione, gli amici, i parenti e la vasta gamma di scelte concernenti il tempo libero. Tutte le coppie sposate o che convivono, si confrontano su questi aspetti dell’esistenza, ma per le coppie risposate le difficoltà possono essere più numerose per il maggior numero di persone che sono coinvolte. Il modo in cui i conflitti sono affrontati e risolti è importante. Ad un certo punto ci si può rendere conto che tutto deve essere rivisto, rivalutato, rinegoziato: diritti, doveri, tempi, spazi, obblighi reciproci, decisioni, rapporti di parentela. Un segno tangibile del fatto che la crisi è superata e la nuova famiglia incomincia a stabilizzarsi è la comparsa del senso del “noi”: qualcuno incomincia a dire “la nostra famiglia” e gli altri accettano questo modo di esprimersi. Si incomincia ad accettare l’idea di stare insieme. Ci si rende conto che per fare funzionare un sistema complesso è necessario
perseverare. I conflitti non vengono negati, ma utilizzati come opportunità per imparare qualcosa di nuovo su di sé, sugli altri, sul buon funzionamento del sistema. Si impara ad accettarsi, a non invadere gli spazi altrui, a compiere delle rinunce per andare d’accordo. Si diventa consapevoli che sentimenti, opinioni (antipatie, ostilità) possono modificarsi: diversità che prima irritavano ora sono tollerate e riconosciute come legittime. Si ha il coraggio di rivelare i propri sentimenti, le proprie differenze e si cercano delle soluzioni. Si rinuncia a vincere sempre e a tutti i costi. Abbiamo visto come le relazioni all’interno delle famiglie allargate possono cambiare ed essere agevolate se tutti si impegnano. Essere empatici, aperti al cambiamento, non essere giudicanti, sono caratteristiche che come abbiamo visto agevolano molto il rapporto tra il nuovo compagno e il figlio dell’altro. Abbiamo solo accennato ad alcune delle numerose domande che si pongono genitori e nuovi partner quando decidono di costruire una famiglia allargata. È un compito complesso ma realizzabile. Se ci s’interroga per tempo e si seguono degli accorgimenti, è possibile evitare, o almeno attenuare, futuri conflitti e incomprensioni. Il ruolo dello psicologo è proprio quello di aiutare a riflettere su quali sono le risorse che ognuno può attivare all’interno della nuova famiglia per far funzionare i rapporti.

Dott.ssa Anna Aiello Psicologa- Psicoterapeuta- Gruppoanalista.

Tel. 3496626163

Studio: via San Giuliano, 13 – Bologna

Sito: www.annaiello.it

 

Bibliografia: JUUL J., 2012: Un genitore in più. Vivere con un partner separato e i suoi figli. UE MARZO S., 2002: I figli nelle famiglie ricostituite, tratto da: MONDOINCANTATO–powered www.internetitaly.net. MAZZONI S., 1995: Le famiglie ricostituite: considerazioni generali e proposte di intervento, in: Famiglie divise ,(a cura di) Malagoli Togliatti M., Montanari G., Franco Angeli, Milano. OLIVIERO FERRARIS A., 1997: Il terzo genitore: Vivere con i figli dell’altro. Raffaello Cortina Editore

 

L’adolescente nello sguardo dello schermo

Posted by on Gen 15, 2015 in Cinema e Psicoanalisi, Eventi | 0 comments

L’adolescente nello sguardo dello schermo

A partire da Martedì 10 Febbraio, presso la Cineteca Comunale Gambalunga di Rimini, si terrà una rassegna cinematografica, intitolata “L’adolescente nello sguardo dello schermo”, organizzata dall’Associazione Itaca.

Le proiezioni si terranno alle ore 21.00:
Martedì 10 febbario: Moonrise Kingdom (di Wes Anderson)
Martedì 17 febbraio: Maps to the Stars (di David Cronenberg)
Martedì’ 24 febbraio: Giovane e bella (di François Ozon)

Dopo le proiezioni interverranno rispettivamente, Salvatore di Grazia, Massimo Eusebio, Vincenzo Vannoni

Conduce le serate Maurizio Cottone

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La separazione e il divorzio tra psicologia e diritto

Posted by on Nov 24, 2014 in Eventi, Psicologia Giuridica, Teoria | 0 comments

La separazione e il divorzio tra psicologia e diritto

ITACA   –   SEDE  DI BOLOGNA

 

 

Programma:

 

1) Separazioni conflittuali. Una visione tra psicologia e diritto.
Mercoledì 3 dicembre, condotto dalla Dott.ssa Maria Letizia Rotolo e dall’Avv. Francesca Ursoleo.

2) Separazioni e figli. I nuovi partner possono causare pregiudizio?
Mercoledì 10 dicembre, condotto dalla Dott.ssa Anna Aiello e dall’Avv. Francesca Ursoleo.

3) Figli di fronte la separazione: vissuti ed esperienze di bambini e ragazzi.
Mercoledì 17 dicembre, condotto dalla Dott.ssa Ambra Cavina e dall’Avv. Francesca Ursoleo. (altro…)

Itaca cresce: le sedi periferiche

Posted by on Nov 21, 2014 in Eventi | 0 comments

Itaca cresce: le sedi periferiche

Sono passati solo 5 anni dalla nascita della nostra associazione ma già tanta strada è stata fatta.

Siamo lieti di annunciare la nascita delle nostre  sedi periferiche a Bologna, Forlì e Ravenna.

L’Associazione ITACA, fondata il 2 Luglio 2009, ha sede in Italia, a Rimini, in corso d’Augusto 118. Riunisce un gruppo di qualificati psicoterapeuti che da anni lavora a contatto con il disagio e le problematiche dell’età evolutiva: infanzia, adolescenza, giovani adulti e famiglie.

L’Associazione, senza scopo di lucro, è diventata di promozione sociale nel 2012 e si ispira al modello psicoanalitico e ha come finalità promuovere lo studio, l’elaborazione e lo sviluppo della Psicoanalisi e della Psicoterapia individuale, di coppia e di gruppo, nei loro aspetti sia teorici che applicativi. (altro…)

Cinema, Adolescenza e Psicoanalisi

Posted by on Nov 21, 2014 in Adolescenti, Cinema e Psicoanalisi, Eventi | 0 comments

Cinema, Adolescenza e Psicoanalisi

Pubblicazione a cura di Maurizio Cottone (direttore scientifico Itaca), Massimo Eusebio (presidente Itaca) e Paola Carbone.

Edizioni Franco Angeli, 2013

Un profondo legame unisce cinema e psicoanalisi, arti “gemelle” non solo perché nate insieme sul finire dell’Ottocento, ma soprattutto perché ambedue si fondano sul rapporto fecondo tra l’immaginario e il setting. (altro…)

La regolazione affettiva II

Posted by on Ott 30, 2014 in Teoria | 0 comments

La regolazione affettiva II

ITACA – SEDE DI FORLI’

La regolazione affettiva – parte seconda

L‘ Infant Research e la ricerca sulle relazioni preverbali e presimboliche.

Gli autori che vengono di solito classificati come Infant Researh, provengono quasi tutti da un orientamento psicoanalitico della Psicologia del Sè di H. Kohut. Già nel discorso della psicologia del sé prende corpo la proposta dell’immersione empatica, del sentirsi dentro l’esperienza del paziente, è l’elemento cardine di questa impostazione consisteva che con essa cambiava la prospettiva di osservazione del paziente poiché richiedeva al terapeuta un impegno non solo a capirlo nelle sue difese, ma anche a realizzare un avvicinamento in grado di percepirlo nella varietà gradevole e sgradevole della sua vita emotiva. Kohut sosteneva che la sintomatologia narcisistica non rappresentava una difesa all’amore oggettuale, ma si sviluppava come reazione al dolore provocato dalla rottura di quelle relazioni di cura, tenerezza, affetto ed interessamento, che il Sè aveva bisogno di intrattenere con gli oggetti significativi. Quindi si delineava, come abbiamo visto nel campo dell’alessitimia e dei disturbi della regolazione affettiva una teoria psicoanalitica più orientata verso il deficit che non il conflitto. Tutti i postkouthiani si riconoscono nell’immersione empatica nella realtà del paziente. L’innovazione teorica-clinica introdotta invece da questi autori ha risentito in maniera particolare dell’influsso della ricerca infantile e dei sistemi dinamici non lineari. Da essi è derivata la prova importante della co-costruzione degli avvenimenti relazionali e della realtà cosiddetta bi-personale della relazione psicoanalitica. Dal movimento dei sistemi dinamici viene una revisione sul concetto di Sè che, secondo Kohut, avrebbe un intrinseco disegno esistenziale da realizzare. Invece il nuovo assunto dinamico è che lo stato finale non è all’inizio già presente in qualche forma predeterminata, ma emerge da complesse interrelazioni tra gli elementi del sistema, che ricerca una soluzione stabile .regolazione (altro…)

La regolazione affettiva I

Posted by on Ott 30, 2014 in Teoria | 0 comments

La regolazione affettiva I

ITACA  – SEDE DI FORLI’

La regolazione affettiva – parte prima
Alessitimia, relazione e disturbi della regolazione affettiva.

Prefazione

Il gruppo di ricercatori di Toronto, con a capo Graeme Taylor, ha assunto un ruolo di primo piano nel panorama contemporaneo delle scienze psicologiche. L’importanza fondamentale sta nel fatto che i ricercatori canadesi sono riusciti a far emancipare il costrutto “locale” di alessitimia, confinata inizialmente nell’ambito esclusivo della medicina psicosomatica, e farlo diventare il cardine di una spiegazione più ampia dei fenomeni clinici legati alla disorganizzazione affettiva. Taylor e i suoi collaboratori sottolineano che il costrutto di alessitimia sia un’entità transnosografica che investe tante patologie. Taylor sottolinea pertanto che non si possa considerare l’alessitimia alla maniera di un fenomeno “tutto o nulla”, come se si trattasse di una incapacità assoluta di provare ed esprimere le emozioni. Essa va piuttosto intesa come un deficit nella capacità di regolare gli affetti, che, a seconda del suo grado di strutturazione, può coinvolgere interamente la vita di un individuo e la sua modalità di esperire il proprio corpo, il proprio mondo interno, e le relazioni con l’ambiente esterno, oppure intaccare specifiche aree mentali relativi a contenuti specifici dell’esperienza.

regolazione (altro…)

Karen

Posted by on Ott 30, 2014 in Giovani Adulti, In primo piano, Situazioni cliniche | 2 comments

Karen

 

Tutti conosciamo quel momento sconcertante in cui un certo odore sembra chiamarci dal mondo remoto della nostra infanzia, quasi come se potessimo tornare nel passato e sentire l’essenza di una lontana esperienza del Sé

(Christopher Bollas)  

 

Quando mi si parlò di Karen fui attraversato da un fiume di emozioni. Una ragazza, ventuno anni, ricoverata in ospedale psichiatrico dopo il terzo tentativo di suicidio. Usciva per le vacanze di Natale. Quali potevano essere le ragioni che mi spingevano a sostare sulla domanda? Certo, quando sei agli inizi e uno psichiatra anziano ti manda un paziente, ti dà da lavorare, è difficile rifiutarsi. (altro…)