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La prevenzione del bullismo nelle scuole secondarie. Di Carla Amadori e Maurizio Cottone

Posted by on Set 11, 2018 in Adolescenti, In primo piano | 0 comments

La prevenzione del bullismo nelle scuole secondarie.  Di Carla Amadori e Maurizio Cottone

 

Gli adolescenti oggetto della nostra ricerca vanno inseriti e collocati nel contesto sociale in cui vivono, il territorio riminese. Un contesto peculiare e paradigmatico della condizione adolescenziale. Addirittura potremmo azzardare nel sostenere che la città di Rimini, con la sua «ciclotimia» di fondo, possa rappresentare un modello di città adolescenziale, nonché uno scenario ideale per la nostra ricerca. Lo sguardo non solo nazionale, ma anche internazionale, è infatti rivolto a questa città come luogo del divertimento notturno, ricco di servizi, bar, pub, discoteche, ristoranti; un contesto balneare con un’offerta ampia di alberghi, che propongono accoglienza e ospitalità ai turisti: una città ricca di risorse, cultura e storia. L’immagine frequente e un po’ stereotipata che ne esce degli adolescenti del posto è quella di una generazione viziata, attratta dal «fascino per il rischio», che ama il divertimento.

Una generazione povera di valori, di sicurezze, che si trova a doversi misurare con un territorio «a due velocità», a seconda delle stagioni: quella invernale, contrassegnata da ritmi quotidiani scanditi dalla vita familiare, dalla frequenza scolastica, dallo sport, dai gruppi di amici che si incontrano per l’aperitivo; e quella estiva, durante la quale i ragazzi devono fare i conti con una moltitudine di turisti, trovandosi impiegati nei centri balneari e alberghieri, o a condurre una vita di adolescenti che vivono una vacanza balneare totalizzante, lunga tre mesi, completa e, per certi versi, estenuante.

Da una indagine svolta nelle scuole superiori, il 70-80% dei ragazzi lavora durante il periodo estivo. Alcuni di questi lavorano e studiano, altri lo fanno per aiutare la famiglia, per pagarsi i libri; altri ancora per soddisfare i loro desideri: acquisto di strumenti tecnologici, tempo libero, vacanze, vestiario.

La città di Rimini e il suo «divertimentificio» ha avuto nel corso di diversi decenni un enorme successo economico riconosciuto anche all’estero, ed è riuscita a vendere la propria immagine per l’ospitalità e l’accoglienza dei centri balneari. Tuttavia Rimini non è solo questo, essa è anche la cultura dei propri abitanti, degli indigeni locali cresciuti lungo la battigia. Rimini è anche il Montefeltro, i piccoli centri pieni di castelli dell’entroterra, le sue tradizioni enogastronomiche, i suoi poeti locali, il Rubicone di Cesare, l’Arco di Augusto, il Tempio Malatestiano, ecc.

L’immagine che ne risulta è un’immagine ambivalente, di valori profondi e di superficialità, restituita dal genio cinematografico di Fellini, che coglie tali aspetti, benché ancora impliciti nel momento storico in cui li descrive. Attualmente Rimini è una città che presenta una sua complessità fatta di mobilità sociale che si muove «a due velocità», appunto: la velocità di chi riesce a stare al passo con i cambiamenti e la condizione di chi non ce la fa, di chi resta indietro.

 

La famiglia

Oggi il «sistema famiglia» presente nel territorio riminese può essere considerato rappresentativo, ed emblematico, della situazione nazionale. I sistemi di rappresentazione della funzione genitoriale, in particolare il passaggio dalla «famiglia normativa» alla «famiglia affettiva», sono cambiati. È la struttura stessa della famiglia a essersi trasformata, con il passaggio da quella tradizionale patriarcale a quella nucleare, se non addirittura unipersonale, mono-genitoriale con figli. In questa situazione la famiglia da un lato svolge un ruolo di tipo economico (entrate, uscite, mutui, bollette e tasse da pagare), dall’altro costituisce il centro e il cuore pulsante del mondo affettivo, il luogo primario e insostituibile di quelle relazioni di fiducia, reciprocità e dono che sono essenziali per costruire, alimentare e proteggere lo sviluppo di altri esseri umani. Ai figli oggi, data la nuova condizione sociale, talvolta vengono a mancare i riferimenti, i maestri, i leader di modelli positivi in cui gli adolescenti possano identificarsi. I genitori, poco partecipi e presenti alla vita dei figli, appaiono spesso scarsamente propositivi e stimolanti; la tendenza a proteggerli eccessivamente non permette ai ragazzi l’assunzione delle proprie responsabilità.

 

I mass media: risorsa o rischio?

Il territorio riminese, come ogni altro luogo, è sottoposto a ritmi di mutamento sociale, in cui le nuove tecnologie hanno rivoluzionato i modi di comunicare, di relazionarsi con gli altri. La post-modernità con la perdita progressiva di un «centro», è penetrata dalla «liquidità», i processi socializzanti non sono più diretti e stabili, i rapporti umani sono anonimi, liquidi, mutevoli, effimeri, discontinui, volubili.

Uno dei più acuti analisti della nuova era della comunicazione e informazione è stato senza dubbio il noto sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman, recentemente scomparso. Il suo pensiero si focalizza sulla società dell’incertezza, sulla globalizzazione e gli effetti che queste trasformazioni hanno sulle persone, sull’identità. Secondo Bauman (1998, 2000, 2005), la cultura postmoderna insegue il principio del piacere, il desiderio di libertà, contrapposto al principio di realtà, tipico delle società passate in cui regnava l’ordine, la regolamentazione. Gli effetti della postmodernità «liquida», ipertecnologizzata, produce sempre più diseguaglianze, influenza la costruzione dell’identità, il mantenimento di relazioni umane sane. Una metamorfosi, questa, che è impossibile fermare, in cui gli adolescenti sperimentano sempre più «l’ansia di incompletezza». I social network, Facebook, Twitter, Instagram, hanno cambiato il nostro modo di comunicare e relazionarci, nel mondo globalizzato, «liquefacendo» l’interazione stessa, innescando profondi mutamenti nei nostri rapporti sociali e nel nostro modo di vivere. I mezzi di comunicazione sono diventati protesi del corpo umano.

Con l’affermazione «the medium is the message» il sociologo canadese Marshall McLuhan sostiene che non dobbiamo intendere la comunicazione come un processo in cui prima elaboriamo il contenuto di un messaggio e solo dopo scegliamo il mezzo con cui trasmetterlo, come se il mezzo fosse neutro; in realtà, è il fatto di avere a disposizione certi mezzi e non altri che ci fa vivere, sentire e pensare in un certo modo, determinando così anche i contenuti di ciò che comunichiamo (McLuhan e Fiore, 1967). I media sono diventati «un’estensione dei nostri sensi» e sviluppano nuovi rapporti tra l’uomo e il proprio mondo percettivo e cognitivo.

La chat di Facebook ha segnato sicuramente un passaggio fondamentale nel processo di «liquefazione», accentuato in seguito da Twitter, poi da Instagram, dove l’interazione principale tra utenti avviene attraverso lo sguardo di immagini, mentre le parole arrivano in un secondo momento. La ricezione, in ogni caso, avviene sempre più passivamente: l’immagine ha il sopravvento sulla relazione e sulla essenza dell’essere umano, ormai soppiantato da uno «strumento- schermo» che diventa il motore di azioni, pensieri, emozioni, aggressività, violenze. Lo schermo dei social diventa così un palcoscenico  di immagini, foto e messaggi che rapiscono il nostro sguardo. Distrattamente questi stimoli portano gli adolescenti ad agire compulsivamente e impulsivamente: ognuno di loro può esserne costantemente coinvolto, scegliere se subire la situazione, o essere uno spettatore assente, indifferente o partecipe. I social sono strumenti liquidi, sfuggenti, rapidi, per questo fragili e instabili, come i nostri ragazzi. Da questo punto di vista il Web è diventato anche lo spazio di espressione e manifestazione di comportamenti insani, legati a un utilizzo scorretto delle nuove tecnologie. La frequentazione in età sempre più precoce dei social può infatti influire negativamente sulle diverse funzioni cognitive: sull’apprendimento, sempre più «frammentario»; sull’attenzione, perlopiù distratta dalla persistenza e dalla saturazione degli stimoli; sul pensiero logico, i cui contenuti vengono scarsamente contestualizzati.

 

Da Edipo a Narciso

I nuovi adolescenti trionfano ovunque: la televisione, la pubblicità, i social network, il cinema, l’editoria sono al completo servizio del narcisismo, dell’esibizionismo, della vanità e del protagonismo. Nella realtà attuale Narciso giunge a rimpiazzare Edipo. Oggi Narciso, per riconoscersi, ha bisogno di vedere riflessa la propria immagine nello specchio sociale, attraverso il palcoscenico e lo schermo dei social network, del Web. La sua debolezza è nella dipendenza del riconoscimento del mondo in cui vive, si sente mortificato se il valore della sua persona viene ignorato, svalutato, disconosciuto; la mortificazione e l’umiliazione che ne derivano gli risultano intollerabili, tanto da condurlo a sperimentare rabbia, aggressività, e un micidiale progetto vendicativo. Se esposto allo scherno, alla derisione e al disprezzo altrui, diviene vittima di un profondo sentimento di vergogna per non riuscire a essere all’altezza dell’immagine ideale che desidera rispecchiata negli altri sul palcoscenico. Narciso può diventare molto violento e cattivo, perché non è in grado di identificarsi con chi soffre. Narciso può accedere a esperienze di ogni tipo, visitare ogni sito, venire in contatto con proposte audaci, al riparo da dolorosissimi conflitti interiori fra istanze morali e mondo dei desideri.

Al contrario Edipo «era ed è» vittima del senso di colpa nel momento in cui trasgredisce le regole trasmesse dall’educazione; non può immaginare un mondo senza «Super-Io» a cui poter far riferimento. Negli adolescenti di oggi la sofferenza è legata al sentimento di vergogna, per non corrispondere all’immagine che i mass media rinviano, non per aver inflitto violenza. Narciso quindi è libero dal senso di colpa, ma vive talvolta un sentimento di angoscia, con picchi adrenalinici che si sprigionano durante le attività pericolose, che vanno dal lancio di pietre dai cavalcavia all’omicidio di barboni. Si tratta di fenomeni peraltro molto diversi tra loro e non accomunabili al bullismo né al cyberbullismo.

Insomma, i nostri adolescenti si trovano per un tempo interminabile in quella condizione che i sociologi chiamano «liminalità», gli psichiatri «ritardo» e noi «stato pre-adulto». Ma cosa significa tutto ciò per gli adulti che assistono al fenomeno? Come lo percepiscono, come ci si confrontano, come vi reagiscono?

Per l’adulto la capacità di generare e di mantenere ciò che si è prodotto porta al bisogno di dimostrare e affermare con forza, e in modi rituali, che egli esiste, che occupa un certo stato o posizione al centro di una visione personale rispetto ai propri predecessori, e che prende posizione contro coloro che si oppongono ai suoi principi, e che possono includere particolari visioni del mondo, religiose o ideologiche. Prima tra queste è la convinzione atavica che il figlio – bambino, adolescente o giovane che sia – debba essere modellato a immagine e somiglianza del padre, donde la necessità che egli debba svilupparsi e adattarsi alle caratteristiche di un dato gruppo. Negli adulti permane una resistenza radicata sia a ricordare emotivamente il proprio passato – a rivivere gli errori commessi da loro, quando erano figli, in contrapposizione agli errori che commettevano i padri –, sia a riconoscere nella generazione successiva un «potenziale di sviluppo», mentre sarebbe loro compito ri-definire la propria posizione di osservatori della vita in corso, soprattutto quella delle giovani generazioni. Forse solo così potremmo resuscitare un aspetto paterno nella nostra società liquefatta dal bene di consumo e dalla ipertecnologia; una società privata di uno sguardo amorevole paterno, differente da quello narcisisticamente evaporato nella collusione, e confusione, tra generazioni. Considerazioni, queste, che sembrano confermate dallo psicoanalista dell’adolescenza Arnaldo Novelletto (2009), fra i primi studiosi a sostenere che nell’epoca contemporanea sia i giovani che gli adulti vivono un’analoga frammentazione e disorganizzazione del Sé, accompagnate da un impatto difensivo intergenerazionale che se da un lato produce nei giovani una post-adolescenza prolungata e un ingresso stentato nello stato adulto, dall’altro spinge certi adulti a sviluppare un atteggiamento rigido di critica polemica.

Se riferendoci al giovane odierno parliamo di adolescenza protratta, è ovvio che sia fondamentale prevenire il disagio giovanile intervenendo sugli adolescenti, intercettando i primi sintomi del disagio all’interno delle scuole attraverso gli sportelli di ascolto e il lavoro col gruppo classe. Un disagio giovanile sommerso che è importante cogliere, non trascurando di osservare le variazioni dello stile di vita di ogni singolo ragazzo, poiché vi sono giovani che lentamente perdono la speranza di trovare aiuto nel mondo esterno e segretamente abdicano nei confronti della vita, sommersi da un crescente senso di impotenza e disfatta. Ma per cogliere anche i più piccoli segnali occorre un ascolto e uno sguardo allenati. Per questo crediamo sia altrettanto importante la formazione degli operatori socio-sanitari di settore, attraverso supervisioni di casi in gruppo con esperti delle problematiche giovanili, al fine di smussare eventuali difficoltà a riconoscere e ad accogliere il disagio giovanile.

Marida Lombardo Pijola, una giornalista che si occupa da lungo tempo di infanzia e adolescenza, ha  pubblicato un testo dal titolo emblematico Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano Principessa (2007), in cui, con lo stile del reportage, descrive l’esistenza sia di ragazzine la cui aspirazione è fare le cubiste in discoteca e che si mostrano davanti a una Webcam esibendosi in atteggiamenti pornografici, sia di ragazzini che si isolano dal sociale passando intere giornate su Internet a crearsi una «second life» (con la complicità di un genitore tranquillizzato dal fatto di avere il figlio a casa). In realtà si tratta dei primi segnali di una scelta regressiva che porta molti ragazzi e ragazze a «liquefarsi», isolandosi sempre più, trascurando gli studi e, in alcuni casi, abbandonandoli. Una società melmosa, la nostra, che impantana il ragazzo fin da subito, favorendo un blocco del percorso soggettivo e generando una gioventù abulica, sfiorata dagli eventi, che non incide più sul tessuto sociale e politico italiano, evaporando le lotte giovanili compiute dai nonni e dai padri del passato.

 

La violenza

La violenza nell’epoca della globalizzazione sta diventando un problema che trova le sue radici, nella cultura, nella società, nell’educazione, in identità cacciatrici e predatrici. Oggi, la nuova cultura globale, lo sviluppo della tecnologia, i nuovi mezzi della comunicazione, sono diventati luoghi privilegiati «anonimi» di deresponsabilizzazione su cui far viaggiare la «fragile umana aggressività» delle relazioni dei giovani: spazi in cui esprimere tante personalità, mostrare tanti sé che abitano la psiche. Le azioni aggressive che si manifestano in età adolescenziale, possono sostanzialmente assumere un significato prevalentemente relazionale, nel tentativo di prendere consapevolezza di un’identità, di un ruolo, di una posizione all’interno del gruppo; la loro natura può essere situazionale e limitata nel tempo. Attraverso WhatsApp, sms, e-mail, social network, chat, viaggiano messaggi di prepotenza e prevaricazione, minacce e manifestazioni di aggressività, rabbia, violenza, compiuti da ragazzi e ragazze verso i loro coetanei, talvolta queste azioni illegali e moleste, finiscono in tragedie. Spesso si tratta di adolescenti che si identificano con l’aggressore della loro infanzia, inclini a incutere paura: ragazzi che «possono trasformarsi da soggetti desideranti, e quindi teneri e affettuosi, in soggetti violenti e particolarmente sadici che lasciano sbigottiti la vittima destinataria di questa improvvisa trasformazione» (Pietropolli Charmet, 2000, p. 176).

Nella pre-adolescenza e nell’adolescenza assai di frequente il senso di onnipotenza induce i giovani individui a pensare o a illudersi che nulla li può toccare: alcuni di loro mettono in pericolo la propria salute nell’assumere alcol, tabacco e altre droghe, altri la loro privacy postando sul Web messaggi e foto personali. È l’incoscienza, la voglia di conoscere e di oltrepassare i propri limiti; la manifestazione di una propensione a rischiare. Tale atteggiamento, oggi, sta assumendo significati diversi, da «disvalore» si trasforma in un valore positivo: «il fascino per il rischio» diventa strumento di successo, per fuggire dalla noia, per agire, divertirsi e soddisfare i propri desideri (Bonino, 2005). Sulle piattaforme sociali i giovani possono agire istintivamente senza pensare alle conseguenze dei loro atti; si trovano in situazioni di pericolo pur essendo consapevoli dei possibili effetti negativi, ma non riescono a tirarsi indietro, si sentono invischiati e coinvolti in una spirale di coazione a ripetere. Da molti viene letto come coraggio, avventura, novità, fonte di emozioni, eccitazione, realizzazione dei propri desideri, come sfida rivolta a loro stessi e agli altri, come capacità di mettersi in gioco. La tendenza dei giovani a vivere nell’oggi senza pensare cosa accadrà domani, è un tema che merita riflessione da parte degli esperti, per orientare i progetti a una promozione del «ben-essere» fra i giovani, per aiutarli a misurare consapevolmente e criticamente le loro azioni e reazioni, messe in campo a scuola, nella società e sul Web.

Il limite sempre più labile tra realtà e immaginazione rappresentato dal «virtuale» crea nuovi fenomeni psicosociali e nuove patologie. Se una volta le proprie «fantasie di morte» rappresentavano uno spazio segreto, ora, virtualmente, possono essere «messe in scena». Il Web diventa così l’oggetto intermedio tra reale e fantasmatico, e facile veicolo nel rendere dicibile ciò che un tempo restava indicibile.

 

La storia di Lucrezia

Lucrezia è una ragazzina di 14 anni, dall’aspetto curato, ma ancora infantile. Frequenta la prima classe della scuola media superiore con un buon profitto. La famiglia non ha mai avuto problemi fino a quel momento, la relazione con la figlia è sempre stata contrassegnata dal rispetto e dal dialogo. Per il suo compleanno i genitori le hanno regalato un cellulare dotato di «Internet sicura», un sistema di protezione per la navigazione in rete e per la tutela della privacy; il loro rapporto è basato sulla fiducia e perciò evitano di controllare.

Come molti coetanei, Lucrezia partecipa a un gioco on line; il problema non è il gioco, ma il suo contenuto, poiché si tratta di un gioco sulla sessualità, con domande alle quali Lucrezia deve rispondere e inviare di seguito foto. Lucrezia, spontanea e disincantata, risponde alle domande e, dopo continue insistenze che gli provengono dal Web, invia una sua foto che la ritrae nuda. A questo punto la ragazza comincia a essere perseguitata con continue richieste di altre foto, seguite da minacce per via dei suoi rifiuti. Lucrezia, spaventata per le molestie subite, non intende più frequentare la scuola; i genitori allora iniziano a preoccuparsi, a farle domande, a chiederle spiegazioni, finché la convincono a parlare. La madre interviene in modo responsabile per far oscurare il sito ed eliminare i messaggi, informa il dirigente scolastico e scatta la denuncia.

Nel riflettere sull’accaduto, la madre turbata per la figlia, si pone e ci pone le seguenti domande: «Come è possibile che sulla rete esistano così tanti giochi a contenuto sessuale facilmente fruibili dai minori? Chi ne è responsabile? Come mai non vengono attivati filtri sicuri relativi all’età? Chi si deve assumere il dovere di difendere e proteggere i giovani? Il Garante della privacy cosa fa? Quali misure vengono messe in campo per le vittime e per gli autori di reato?»

 

La storia di Luca

Luca ha sedici anni e frequenta la seconda classe della scuola media superiore. In classe ha pochi amici, è un po’ timido ma ha un ottimo rendimento scolastico. Al pomeriggio partecipa a un corso di teatro organizzato dalla scuola e a lezioni musicali di viola; inoltre fa parte del gruppo scout. Con i suoi genitori ha un rapporto aperto al dialogo e al confronto. Già in prima superiore, durante il corso di teatro e l’ora in palestra, si sento dire da un gruppo di due-tre compagni: «Frocio stai lontano […] non ci toccare!». Un messaggio continuo e ripetitivo: «Sei una femmina […] tu mi hai toccato […] ora lo dico al dirigente». Il giovane non riesce a reagire, si sente tormentato, oppresso, umiliato verbalmente e fisicamente. Il piccolo gruppo lo aggredisce spesso con spinte e calci, e nessuno interviene in sua difesa. Il malessere di Luca cresce, si sente solo e indifeso davanti a tanta prepotenza; pensa unicamente a finire l’anno scolastico per interrompere questo gioco perverso, per difendersi adotta la strategia del silenzio. Finalmente arriva l’estate e l’incubo finisce.

A settembre ricomincia la scuola: giunto in seconda superiore il ragazzo spera di essersi lasciato tutto alle spalle come un brutto ricordo. In realtà la situazione ricomincia e precipita nel momento in cui il leader distruttivo della classe, bullo esibizionista, gli comunica di averlo denunciato al dirigente scolastico per aver subito da lui molestie sessuali durante l’ora di educazione motoria. Luca è disorientato: non ho mai fatto queste cose, non si sente «frocio». Questa situazione lo fa precipitare nella totale disperazione: pensa come poterne uscire, ma si vergogna di parlarne con i propri genitori; evita di andare a scuola e, racconterà in seguito, viene preso dal desiderio di morire. Peraltro si sente molto attratto da una ragazzina della propria classe, ma per via della sua timidezza si sente frustrato dall’incapacità di manifestarle i propri sentimenti.

Un giorno riceve un messaggio su WhatsApp con frasi forti nei suoi confronti. Il suo disagio aumenta, diventa introverso, taciturno, chiuso nel proprio dolore, pensa a come farla finita. Intanto la madre, accortasi che c’è qualcosa che non va, comincia a osservarlo, a fare domande, è preoccupata, vuole portarlo dal medico, ne parla con il marito, anche lui cerca di capire cosa sta succedendo senza risultato. Mentre Luca dorme la madre legge i messaggi sul suo telefonino e si accorge di quello che sta accadendo. La mattina dopo, durante la lezione in classe, il ragazzo viene chiamato dalla direzione scolastica, mentre il piccolo gruppo di «bulli gregari» prova compiacimento, immagina che Luca verrà punito. Giunto in stato di estrema angoscia sulla soglia dell’ufficio del dirigente, vede sua madre e  pensa che sia stata convocata, quando in realtà è stata proprio la madre a informare della grave situazione il dirigente scolastico, il quale prende immediati provvedimenti per il reato commesso dal bullo della classe: i messaggi vengono oscurati, il gruppo chiuso.

In seguito alla propria  esperienza negativa, Luca segue un percorso di psicoterapia per essere aiutato a elaborare ciò che ha vissuto. Oggi egli è diventato un testimone e un riferimento importante per altre vittime di bullismo, attivo negli incontri di educazione al rispetto. Mentre il bullo, suo principale aggressore, opportunamente inserito in un progetto educativo riabilitativo, torna a raccontare la sua storia come autore di reato, informando i suoi coetanei dei pericoli che si annidano nei comportamenti insani; il suo compito è diventato quello di individuare i primi segnali di prevaricazione tra i compagni della scuola.

 

 

Il progetto di ricerca

 Premessa

Il progetto descritto in queste pagine, al momento in fase di realizzazione, è nato dalla collaborazione tra l’Associazione Itaca e il Lions Club Rimini Riccione Host, da anni impegnati a promuovere service a favore di giovani e fasce deboli. Si tratta di un’indagine sul fenomeno, della durata di quattro mesi (da febbraio a maggio 2018), che ha lo scopo di promuovere una riflessione sui rischi e pericoli della rete e favorire un utilizzo consapevole e corretto delle tecnologie digitali, attraverso la costruzione di strategie finalizzate a rendere Internet un luogo più sicuro. Il service comprende: un disegno di ricerca su bullismo e cyberbullismo rivolto alle scuole secondarie di secondo grado; l’apertura presso alcune scuole di uno sportello di ascolto psicologico, di aiuto e di consulenza rivolto alle vittime, ai ragazzi testimoni, nonché ai genitori e docenti, nel rispetto del possibile e garantito anonimato; alcuni percorsi di prevenzione al fenomeno per promuovere buone pratiche educative nei diversi contesti; la raccolta e narrazione di storie relative alle vittime e autori di reato.

 

Finalità del progetto

Le finalità del progetto si articolano sui seguenti punti:

– sensibilizzare i ragazzi offrendo loro informazioni sui rischi della rete, sull’eventualità di diventare essi stessi vittime di comportamenti, o atteggiamenti, di prevaricazione e di violenza;

– offrire informazioni chiare sui comportamenti da tenere sul Web per evitare che semplici scherzi, o azioni di esibizionismo e aggressività gratuita, possano trasformarsi in veri e propri reati;

– favorire il rispetto delle differenze e della diversità, incoraggiando l’educazione alla convivenza e insegnando ai ragazzi a trasformare le relazioni conflittuali in dialogo e confronto;

– sviluppare politiche di prevenzione e di controllo sociale, di formazione e partecipazione giovanile, di informazione e comunicazione mediante percorsi attivi.

Un ulteriore obiettivo del service è quello di aiutare i ragazzi che sono oggetto di prevaricazioni online a dialogare e intervenire nei confronti di coloro che fanno un uso inadeguato della rete e dei cellulari, aiutandoli a comprendere i motivi dei loro gesti. Il luogo di ricerca scelto è l’ambiente scolastico, spazio privilegiato di riferimento per favorire relazioni sane, funzionali e centrali per la crescita e lo sviluppo dei singoli, dei pari, di pre-adolescenti e adolescenti.

Il disegno di ricerca

L’intento che ha animato la costruzione del nostro progetto è stato anche quello di fornire un quadro descrittivo-conoscitivo aggiornato sulla frequenza e sulla percezione di fenomeni come il bullismo/cyberbullismo e la violenza di genere, sulle loro diverse declinazioni nel mondo digitale, che si manifestano nel territorio di Rimini e nelle zone limitrofe, in particolare  in ambito scolastico.  Il disegno di ricerca si sviluppa in sei ben distinte fasi:

  1. definizione del campo d’indagine;
  2. individuazione degli strumenti da utilizzare;
  3. riconoscimento delle scuole-campione;
  4. somministrazione del questionario;
  5. analisi dei dati e interpretazione dei risultati;
  6. attivazione di percorsi di prevenzione, educazione, ascolto, aiuto.

Campione

Le scuole interessate a costituire il campione sono le scuole medie superiori del contesto riminese e zone limitrofe. Queste vengono contattate con lettera inviata al dirigente scolastico, o attraverso email istituzionali; in caso di mancata risposta, vengono presi contatti telefonici. La ricerca prevede un numero minimo di 7 fino a un numero massimo 10 scuole, a seconda della disponibilità del contesto a partecipare all’indagine.

Il campione studenti

Il campione è interamente composto da studenti di scuola secondaria del secondo grado iscritti a diversi istituti appartenenti al territorio di Rimini e delle zone limitrofe. Il campione studenti corrisponde alle classi della scuola media superiore dell’età che va dai 14 ai 18 anni, ai quali verrà somministrato il questionario. Il campione presenta un campo di variazione compreso tra 14 e 18 anni con variabili strutturali/demografiche di genere.

Gli strumenti

Lo strumento di rilevazione impiegato nell’inchiesta è il questionario che comprende domande standardizzate, organizzate in modo da acquisire risposte confrontabili. Sono state elaborate domande a risposta chiusa e aperta[1]. Le domande sono precedute dalla richiesta di compilazione di alcuni dati anagrafici (genere ed età) e da una breve definizione del fenomeno delle prepotenze tra ragazzi. La fase di misurazione e analisi dei dati verrà effettuata dopo aver raccolto tutti i questionari somministrati per classi, poi si effettuerà la codifica e la matrice di dati. L’analisi dei dati raccolti, la descrizione di specifiche dinamiche comportamentali, che vanno dal generico al particolare, saranno tradotti in dati.

 

Progetto di prevenzione

Il progetto di prevenzione prevede la realizzazione di alcune iniziative, esposte qui di seguito.

  1. La promozione di spazi di aiuto e cura, mediante l’apertura di sportelli di ascolto e consulenza psicologica, per accogliere quei ragazzi che vivono disagi o subiscono diffamazioni, molestie e violenze direttamente o indirettamente nel Web. Si tratta di spazi d’ascolto in cui i ragazzi possono trovare appoggio e sostegno, nonché esprimersi liberamente. Lo sportello è un strumento d’aiuto offerto ai ragazzi per farli sentire importanti, per tendergli una mano, per consentirgli di uscire dal vuoto esistenziale che vivono, per aprirgli la strada verso la speranza e la fiducia nel futuro, guidandoli su un terreno che possono sentire più sicuro.
  2. Sostenere a scuola l’importanza della narrazione, del racconto, dell’ascolto e della lettura, raccogliendo storie di adolescenti vittime di bullismo/cyberbullismo e degli autori di reato. La lettura in classe di un racconto, di una storia che li riguarda da vicino, può infatti incuriosire i ragazzi, fargli respirare emozioni, stimolare la loro attenzione e partecipazione. L’obiettivo è di riscoprire il piacere di raccontare in gruppo ciò che li riguarda al fine di costruire relazioni autentiche e reali, nella speranza di diminuire il bisogno di relazioni virtuali, assai spesso narcisistiche e autoreferenziali. La raccolta di storie rappresenta un momento autobiografico e formativo di grande aiuto alla crescita dei ragazzi.
  3. L’adozione di «Peer&Media Education»[2], un modello di prevenzione e intervento socio-educativo, basato su una metodologia attiva che utilizza diversi approcci e tecniche, il cui obiettivo è lo sviluppo di percorsi di riflessione e di prevenzione partecipata su tematiche di interesse condiviso per promuovere lo sviluppo di una consapevolezza critica e responsabile. I protagonisti dell’intervento sono i pari (i peer educator, educatori paritari), cioè studenti di pari status dei destinatari (in quanto a età, condizione lavorativa, genere sessuale, status, entroterra culturale o esperienze vissute), opportunamente formati sui comportamenti a rischio nel Web. I peer educator sono preparati a saper gestire un gruppo digitale, a comunicare con i componenti del gruppo, a essere capaci di analizzare e individuare i messaggi dei media, a trasformarli da distruttivi in positivi, a utilizzare metodologie di intervento e collaborazioni online.
  4. L’attivazione di percorsi di formazione e informazione per docenti e studenti, alla presenza di esperti del settore: polizia postale, forze dell’ordine, ingegnere informatico, Garante privacy.
  5. La promozione di percorsi di prevenzione per sperimentare i nuovi linguaggi e aiutare i ragazzi ad adottare comportamenti consapevoli, stimolando i giovani sui temi della cittadinanza digitale.
  6. L’individuazione presso ogni scuola di testimoni di atti di bullismo e cyberbullismo, nonché autori di reato, assegnando loro il ruolo di figure di riferimento al fine di osservare, rilevare, segnalare comportamenti a rischio.

In breve, l’intento ultimo della ricerca qui descritta è quello di promuovere a scuola un clima culturale, sociale ed emotivo, in grado di scoraggiare sul nascere ogni forma di prevaricazione e prepotenza, stimolando i valori del rispetto, della collaborazione e dell’aiuto reciproco tra ragazzi.

A cura di Carla Amadori e Maurizio Cottone

 

Bibliografia

Bauman Z. (1998), trad. it. Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari, 1999.

Bauman Z. (2000), trad. it. Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano, 2002.

Bauman Z. (2005), trad. it. Vita liquida, Laterza, Roma-Bari, 2006.

Bonino S. (2005), Il fascino del rischio negli adolescenti, Giunti, Firenze.

Lombardo Pijola M. (2007), Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano Principessa. Storie di bulli, lolite e altri bimbi, Bompiani, Milano.

McLuhan M., Fiore Q. (1967), trad. it. Il medium è il messaggio, Corraini Edizioni, Mantova, 2011.

Novelletto A. (2009), L’Adolescente. Una prospettiva psicoanalitica, Astrolabio, Roma.

Pietropolli Charmet G. (2000), I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida, Raffaello Cortina Editore, Milano.

[1] Vedi il «Questionario anonimo sul cyberbullismo» in calce al testo.

[2] «Peer&Media Education» è un corso MOOC (corso online gratuito aperto su larga scala) avviato nel 2016 e rivolto agli operatori delle ASL, degli Enti locali, della Scuola e del Terzo Settore. È stato organizzato da Associazione Contorno Viola, ASL VCO e CREMIT in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano.

 

Legami che legami guariscono

Posted by on Giu 6, 2018 in Eventi | 0 comments

Legami che legami guariscono

Ciascuno di noi è parte di un contesto sociale con cui vive e a cui è legato, che lo voglia o meno. A volte continuiamo a ripetere conflitti e malesseri nelle nostre esperienze, oppure portiamo sulle spalle pesi che non ci appartengo- no. O anche, viviamo a nostra insaputa il destino di un familiare. Tutte queste dinamiche ci legano in modo negativo ad alcune relazioni, impedendoci di vivere pienamente la nostra vita. Lo psicodramma analitico è un’esperienza che può aiutarci a comprendere e a sciogliere alcuni di questi nodi emotivi attraverso la creatività e la condivisione.

Conduce gli incontri il Dott. Maurizio Cottone
membro didatta centro di psicoanalisi e psicodramma analitico SIPsA-COIRAG

Programma:

Sabato dalle ore 15.00 tre sessioni.
Domenica dalle 9.30 due sessioni. Ogni sessione dura un ora e mezza.

Pernotto in b/b presso la Locanda Le Querce, Località Calmugnaio n° 103, 61020 Frontino (PU)

Costo delle cinque sessioni più pernotto e colazione alla locanda 160 euro.
Chiusura iscrizioni 25 giugno

Per info tel. 339 6678713. Mail: ass.itaca@gmail.com Posti limitati.

Corso di Formazione di Base LA CONSULENZA TECNICA PSICOFORENSE IN AMBITO MINORILE edizione 2018

Posted by on Feb 27, 2018 in Adolescenti, Corsi, Eventi, Psicologia Giuridica | 0 comments

Corso di Formazione di Base LA CONSULENZA TECNICA PSICOFORENSE IN AMBITO MINORILE edizione 2018

Destinatari

Laureati in Medicina o Psicologia, iscritti all’Ordine professionale. Sono ammessi quali uditori i laureati nelle stesse discipline, non ancora abilitati alla professione. E’ previsto il riconoscimento, con il superamento della prova conclusiva, di 50 crediti formativi per la professione di psicologo e di medico.


Principali temi

  • Basi giuridiche della perizia e consulenza tecnica
  • La procedura e i contenuti della ctu/perizia/ctp in ambito civile e penale
  • L’accertamento sul minore vittima di reato
  • La valutazione della competenza del minore
  • L’accertamento nel contesto del tribunale dei minorenni
  • Il trattamento del minore autore e vittima di reato
  • Consulenza tecnica e crisi della famiglia
  • Competenza clinica etica e deontologia del perito/ctu/ctp

Guarda qui il programma dettagliato del corso


Attestati

Al termine del corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione alle seguenti condizioni:
– Frequenza delle lezioni pari all’80%.


Iscrizioni

Per iscriversi è necessario inviare alla dott.ssa Vanessa Mele via mail (ass.itacarimini@gmail.com) la scheda di iscrizione entro il 20 Aprile 2018.
Previa accettazione da parte dell’Associazione Itaca, i posti disponibili verranno assegnati secondo l’ordine di arrivo delle domande di iscrizione e dell’avvenuto pagamento della quota di iscrizione.


Calendario date degli incontri

Le lezioni inizieranno a Maggio 2018 e saranno suddivise in 10 moduli

  • 21 Aprile(introduzione al corso)
  • 5 – 6 Maggio
  • 19 – 20 Maggio
  • 16 – 17 Giugno e 23 – 24 Giugno
  • 7 Luglio
  • 8 Luglio
  • 15 – 16 Settembre
  • 29 – 30 Settembre
  • 13 – 14 Ottobre
  • 20 – 21 Ottobre
  • 24 Novembre

Sede del corso

Il corso si svolgerà presso: Hotel Card International, Via Dante Alighieri 50, 47921 Rimini

Consulta la mappa
Hotel Card International


Materiale scaricabile

Lutto e lutto complicato

Posted by on Nov 3, 2017 in In primo piano, Psicologia Giuridica, Teoria | 0 comments

Lutto e lutto complicato

Ogni volta che ci confrontiamo con eventi significativi, negativi o positivi, o quando raggiungiamo nuove consapevolezze, subentra una crisi. Questa comporta la rottura dell’equilibrio psichico precedente e spinge verso il cambiamento e la ricerca di un nuovo equilibrio. Per ritrovarsi, come scrive Racamier, bisogna però prima perdersi.

Parlando di crisi e, dunque, di cambiamento ed elaborazione, viene d’obbligo scivolare su un tema che, aimè, tutti prima o poi dobbiamo affrontare, sto parlando di uno dei più profondi dolori che l’animo umano può provare, la perdita di qualcuno a noi caro.

Parliamo, perciò, di lutto ( dal latino lùctus-us, derivazione di lugere ossia ” piangere, essere in lutto”).

Forse un’argomento, questo, così esteso e complesso, si presta poco ad uno spazio ristretto come quello di un articolo, che può fare apparire l’elaborato riduzionistico; vogliate dunuque coglierlo come un semplice spunto per una riflessione più ampia sul tema.

Partendo da un punto di vista socio-culturale è possibile osservare come, nella società odierna, ricordare la morte è divenuto uno dei più duri e forti tabù, che ha portato alla negazione dell’esistenza dell’elaborazione del lutto.

Ma come possiamo definire il lutto? Se proviamo ad usare lo sguardo “profondo” degli psicanalisti è possibile definire lo stato del lutto una

“… reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto

(Freud).

L’approccio di tipo psicodinamico, infatti, scavando nel profondo dell’animo umano, ha fornito un ricco costrutto teorico a riguardo: le teorie scaturite dai diversi autori sono state spesso in contrasto, ma, anche se sotto punti di vista differenti, tutte hanno messo in evidenza gli elementi base che caratterizzano questo stato. La maggior parte degli psicoanalisti che si sono occupati di questo argomento lo hanno fatto, però, attraverso lo studio della depressione, avendo il lutto, con questa, un quadro d’insieme simile. Questo modo di accostarvisi ha portato ad un’analisi del lutto che guarda principalmente alle sue varianti patologiche, più che nel suo aspetto normale. Nello specifico Freud, in “Lutto e Melanconia“, affronta i temi dell’odio per l’oggetto perduto, dell’identificazione con esso e il tema della libido nel lutto patologico. Per Bowlby la perdita è una forma irreversibile di separazione. Bowen, invece, parla di “un’onda d’urto” che travolge l’intera famiglia e le sue successive generazioni. Questo approccio di tipo intergenerazionale, ad esempio, ha reso possibile l’esplorazione delle connessioni tra gli eventi luttuosi della famiglia e i disturbi psichici.

Le fasi che è necessario attraversare per un’elaborazione del lutto con esito positivo, per poter avere, cioè, una presa di coscienza di quanto accaduto e per poter riorganizzare se stesso, nei vari autori che hanno trattato questo argomento, vengono diversamente denominate e si differenziano per quantità, ma qualitativamente sono sostanzialmente simili. Bowlby, ad esempio, ne descrive quattro, la fase di stordimento, la fase di ricerca e struggimento, la fase di disorganizzazione e disperazione e la fase di riorganizzazione. Il processo di elaborazione si differenzia, inoltre, tra quello tipico degli adulti e quello più caratteristico delle prime fasi del ciclo di vita, quali l’adolescenza e l’infanzia.

Nel suo aspetto più generale di perdita, invece, il lutto viene, da Racamier, considerato come un processo organizzatore, che fa da orientamento alla vita psichica. In un senso più generale di perdita è, dunque, possibile entrare in uno stato di lutto anche in caso di importanti separazioni riguardanti sia aspetti esterni che interni della vita. La perdita, infatti può essenzialmente essere di due tipi: perdita dell’oggetto esterno ( per esempio conseguente ad una morte) e perdita dell’oggetto interno ( un esempio ne è lo stato di lutto per la perdita dell’infanzia nell’adolescente). Racamier, inoltre, parla anche di lutto originario, definibile come un processo maturativo universale, originario che fonda la psiche.

Importante parlando di lutto è, sicuramente, anche il tema delle difese che intervengono nel lavoro del lutto, quale ad esempio l’esclusione difensiva, ma lo è anche quello della collera, ricorrente in tale ambito, che si può presentare sotto forma di irritabilità, rivolta verso terzi o verso l’oggetto perduto o ancora ridiretta ed indirizzata verso se stessi. Riguardo al senso di colpa, invece, Grinberg si occupa, di definirne le caratteristiche in casi di lutto patologico, che in base alla sua intensità può portare ad un impedimento del normale decorso del lutto. Egli parla di un senso di colpa rivolto contro l’Io e contro l’oggetto perduto.

L’aspetto psicopatologico del lutto, definito lutto complicato, può essere considerato un’alterazione del processo di lutto, che si presenta in varie forme e con diversi gradi di gravità. Esso si estende su un continuum che va dall’estremo dell’assenza prolungata di lutto conscio a quello del lutto cronico. Le principali forme di lutto complicato sono: l’assenza prolungata di lutto conscio, il lutto cronico e l’euforia. Altre forme comuni di reazione patologica al lutto sono la “mummificazione”, le idee suicidarie e la collocazione impropria del defunto.

Nelle reazioni di tipo patologico, è proprio lo stallo in una situazione ormai non più ripetibile e recuperabile che provoca il bloccarsi del processo di lutto. Questi individui non sembrano voler accettare l’irreversibilità della morte sopravvenuta e vengono sopraffatti dalla frustrazione che la mancanza dell’oggetto perduto gli provoca.

Per quanto riguarda i criteri diagnostici del lutto patologico, grazie agli studi di Parkes e Weiss, sono stati forniti elementi validi per effettuare una diagnosi. Anche nel DSM ci si è premurati di inserire, nelle sue più recenti versioni (IV e V edizione) i criteri per effettuare una diagnosi differenziale tra lutto e depressione e quelli per diagnosticare il lutto complicato, identificato nel testo come Disturbo di Sofferenza Prolungata (PGD).

Le psicoterapie rivolte ad i soggetti luttati sono di tipo individuale, di gruppo e familiare e il loro obiettivo è risolvere i conflitti interni che impediscono l’avanzamento del processo di elaborazione del lutto, ma anche fornire un sostegno a chi si trova in tale stato: nel lavoro terapeutico di tipo individuale si cerca di tradurre in parole e pensieri il trauma subito; nella terapia di tipo gruppale, invece, lo scopo è fornire un supporto emozionale. La terapia familiare, con il suo approccio trisgenerazionale, invece, utilizza le risorse della famiglia per sbloccare situazioni di lutto irrisolto in ambito familiare.

Cari colleghi psi, vi ricordo, però, che lavorare a lungo e spesso con pazienti luttati può risultare difficoltoso per il terapeuta, perché tale situazione lo mette in contatto con i suoi nodi traumatici, rendendolo vulnerabile ed esposto ai pericoli narcisistici del ruolo di salvatore. Il terapeuta può anche essere soggetto alla sensazione di panico esistenziale, che solitamente viene descritta come un’angoscia profonda, con possibili esperienze dissociative, di depersonalizzazione o di derealizzazione. Per tale motivo è importante che il terapeuta sia in grado di venire a contatto con i propri stati d’animo legati alla perdita e alla disgregazione, ma è altrettanto importante che egli sia ben consapevole del fatto che il pianto e il dolore possono essere anche usati come mezzo di comunicazione con l’altro.

Come ci insegna Jung “Per vivere bisogna saper morire.” La vita ci impone numerose morti simboliche e risulta, dunque, necessaria la capacità di essere aperti ai cambiamenti e alle trasformazioni psichiche riguardanti noi stessi e le nostre relazioni con gli altri.

Compiere il processo di ricostruzione delle rappresentazioni mentali di se stesso, degli altri e delle relazioni che con questi intraprendiamo è qualcosa di molto complesso: un processo, questo, lento nel suo svolgersi e pieno di insidie ed ostacoli, che le difese e le ferite narcisistiche rappresentano.

È necessario, dunque, essere pronti al cambiamento per poter riuscire a riorganizzarci dopo il devastante sconvolgimento che un evento traumatico, come il lutto, può comportare.

Il grande analista svizzero, Jung, ci ricorda, infatti, che la vita nei suoi cicli passa attraverso diverse “morti”, ma dobbiamo essere aperti al cambiamento per poter rinascere.

 

Dott.ssa Valentina Pazienza

 

 

 

Corso di Formazione in Psicologia Forense Minorile 2017

Posted by on Gen 25, 2017 in Corsi, Eventi, Psicologia Giuridica, Teoria | 0 comments

Corso di Formazione in Psicologia Forense Minorile 2017

L’Associazione ITACA di Rimini, da Aprile a Giugno, riunirà un gruppo tra i maggiori esperti italiani nel campo della psicologia forense. I docenti coordinati dal Prof. Giovanni B. Camerini daranno vita al Corso di Formazione in Psicologia Forense Minorile 2017. (altro…)

Io²: giovani stranieri riminesi e composizioni identitarie

Posted by on Giu 25, 2015 in Adolescenti, Giovani Adulti, stranieri | 0 comments

Io²: giovani stranieri riminesi e composizioni identitarie

È evidente la difficoltosa differenza che contraddistingue i giovani italiani da generazioni dai coetanei immigrati e che ruota attorno all’acquisizione dell’identità culturale, alla percezione del sé, che per questi ragazzi oscilla tra un sistema culturale emotivamente intenso legato al nucleo di origine e un sistema di simboli e significati socialmente forti, all’esterno, nella società d’accoglienza. Entrambi i sistemi si intrecciano quotidianamente e rinviano al giovane immigrato l’immagine della sua diversità.
Gli studi condotti sulle categorie dei G1, dei G2, del genere femminile, del genere maschile e di tutte le derivazioni del caso, sono spesso pilotati da un incosciente etnocentrismo di stampo occidentale, teso alla categorizzazione prima che alla comprensione, non preparato alla diversità, alla variabilità. Esiste quindi la tendenza a giudicare ed interpretare le altre culture in base ai criteri della propria, proiettando su di esse i nostri concetti, impugnando l’habitus culturale e la normativa

giovani-stranieri

scarica qui la ricerca in formato integrale

 

Con questo lavoro vogliamo accompagnare i lettori attraverso le frontiere, andata e ritorno, più e più volte, per misurarci con punti di vista diversi da quelli a cui siamo abituati. Per perseguire l’intento abbiamo assunto la metodologia della ricerca qualitativa, a nostro parere, la più rispettosa e adatta alla varietà di pensieri e azioni possibili.
Per analizzare le tematiche emerse dalle interviste siamo partiti dalle rappresentazioni che gli operatori, quotidianamente a contatto coi giovani, ci hanno fornito. Abbiamo seguito poi la pista dei ragazzi stranieri, quasi immediata, suggerita dai numeri e dagli operatori stessi, per poi affacciarci al sottoinsieme femminile.
Le donne rappresentano oggi circa il 45% degli immigrati presenti in Italia e all’interno di questo insieme troviamo anche donne giovani, che per età sono da noi considerate ragazze, ma per la cultura d’origine possono già essere donne, madri di famiglia, lavoratrici. Queste giovani donne costituiscono una realtà poco visibile, complessa e necessitano di uno spiraglio per prendere possesso di un posto nella società in cui vivono, nel rispetto della cultura da cui provengono.
Attraverso il percorso di ricerca è stato naturale imbattersi in questa tematica e arrivare, per così dire, alla fascia più fragile: giovani donne immigrate musulmane.
Abbiamo utilizzato metodologie qualitative coinvolgendo operatori italiani e di origine straniera, che vivono e lavorano sul territorio di Rimini. Abbiamo effettuato delle interviste, affiancate costantemente da un approfondito studio di contesto e bibliografico.
La ricerca ha avuto finalità esplorative, tese ad evidenziare le caratteristiche più rilevanti di questo specifico universo giovanile. Gli operatori coinvolti nelle interviste sono stati reperiti seguendo un metodo non probabilistico ma cercando comunque di garantire, pure nel numero ristretto di soggetti interpellati, una rappresentazione della complessità territoriale.

scarica il documento integrale in formato pdf

SPORTELLO PSICO-LEGALE

Posted by on Apr 17, 2015 in Eventi | 0 comments

SPORTELLO_PSICO_LEGALE_Fronte SPORTELLO_PSICO_LEGALE_Retro

 

L’Associazione Itaca, sede di Bologna, dà il via allo Sportello Psico-Legale, già attivo sul territorio bolognese dalla metà di Aprile 2015.

In linea con le finalità dell’Associazione, legate alla prevenzione del disagio psicologico e  alla promozione della salute e del benessere psichico e sociale, lo Sportello si inserisce come luogo di incontro di diverse professionalità a cui, le persone che vivono una situazione di conflitto o difficoltà, possono accedere per trovare un sostegno mirato e personalizzato secondo le proprie esigenze.

Il punto di forza di questa iniziativa, infatti, è la presenza di un gruppo di professionisti con competenze diversificate, ma che lavorano congiuntamente, per offrire ai clienti un sostegno che possa coprire diversi ambiti.

Obiettivo dello Sportello è mettere al centro la persona attraverso una presa in carico che curi non solo gli aspetti giuridico-legali, ma anche comunicativi, relazionali e psicologici, in modo da risolvere con efficacia e completezza anche le situazioni più complesse. Può non essere facile, infatti, in situazioni di difficoltà, rivolgersi ad un legale e aprirsi raccontando i fatti più dolorosi e intimi della propria vita. Per questo la collaborazione con altre figure professionali quali lo Psicologo e lo Psicoterapeuta consente di offrire una assistenza più completa e soddisfacente.

In un’ottica multidisciplinare, i nostri professionisti, Avvocati, Psicologi e Psicoterapeuti, offrono quindi non solo una tutela legale, ma anche supporto in situazioni di tensione o conflitto relazionale e percorsi di promozione del  benessere psicologico.

I servizi dello Sportello sono rivolti a:

  • Coppie in crisi
  • Coppie che stanno pensando alla separazione o che desiderano separarsi
  • Persone che vivono un momento di difficoltà in seguito ad una separazione
  • Figli di coppie separate o divorziate
  • Coppie che affrontano percorsi di adozione nazionali o internazionali
  • Persone che stanno affrontando problematiche relative all’affidamento
  • Persone che si trovano a vivere situazioni di stalking, straining e mobbing

Il servizio prevede un primo incontro gratuito, che potrà essere svolto con l’Avvocato, con lo Psicologo o in modo congiunto, a seconda dei bisogni rilevati durante il primo contatto telefonico.

Successivamente è possibile proseguire con un percorso personalizzato che potrà prevedere:

  • consulenza legale
  • percorso di sostegno psicologico per poter affrontare al meglio eventuali problematiche emerse
  • valutazione psicodiagnostica: consente di avere una valutazione globale del funzionamento di una persona e può essere richiesta in ambito forense per verificare le condizioni psichiche all’interno di procedimenti giuridici, civili e penale. Può essere richiesta inoltre per la valutazione delle competenze genitoriali per l’affidamento dei figli in caso di separazione.
  • consulenza tecnica civile e penale

Il servizio è attivo dal lunedì al venerdì

Si riceve su appuntamento telefonando al numero 3290873513