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Lutto e lutto complicato

Posted by on Nov 3, 2017 in In primo piano, Psicologia Giuridica, Teoria | 0 comments

Lutto e lutto complicato

Ogni volta che ci confrontiamo con eventi significativi, negativi o positivi, o quando raggiungiamo nuove consapevolezze, subentra una crisi. Questa comporta la rottura dell’equilibrio psichico precedente e spinge verso il cambiamento e la ricerca di un nuovo equilibrio. Per ritrovarsi, come scrive Racamier, bisogna però prima perdersi.

Parlando di crisi e, dunque, di cambiamento ed elaborazione, viene d’obbligo scivolare su un tema che, aimè, tutti prima o poi dobbiamo affrontare, sto parlando di uno dei più profondi dolori che l’animo umano può provare, la perdita di qualcuno a noi caro.

Parliamo, perciò, di lutto ( dal latino lùctus-us, derivazione di lugere ossia ” piangere, essere in lutto”).

Forse un’argomento, questo, così esteso e complesso, si presta poco ad uno spazio ristretto come quello di un articolo, che può fare apparire l’elaborato riduzionistico; vogliate dunuque coglierlo come un semplice spunto per una riflessione più ampia sul tema.

Partendo da un punto di vista socio-culturale è possibile osservare come, nella società odierna, ricordare la morte è divenuto uno dei più duri e forti tabù, che ha portato alla negazione dell’esistenza dell’elaborazione del lutto.

Ma come possiamo definire il lutto? Se proviamo ad usare lo sguardo “profondo” degli psicanalisti è possibile definire lo stato del lutto una

“… reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto

(Freud).

L’approccio di tipo psicodinamico, infatti, scavando nel profondo dell’animo umano, ha fornito un ricco costrutto teorico a riguardo: le teorie scaturite dai diversi autori sono state spesso in contrasto, ma, anche se sotto punti di vista differenti, tutte hanno messo in evidenza gli elementi base che caratterizzano questo stato. La maggior parte degli psicoanalisti che si sono occupati di questo argomento lo hanno fatto, però, attraverso lo studio della depressione, avendo il lutto, con questa, un quadro d’insieme simile. Questo modo di accostarvisi ha portato ad un’analisi del lutto che guarda principalmente alle sue varianti patologiche, più che nel suo aspetto normale. Nello specifico Freud, in “Lutto e Melanconia“, affronta i temi dell’odio per l’oggetto perduto, dell’identificazione con esso e il tema della libido nel lutto patologico. Per Bowlby la perdita è una forma irreversibile di separazione. Bowen, invece, parla di “un’onda d’urto” che travolge l’intera famiglia e le sue successive generazioni. Questo approccio di tipo intergenerazionale, ad esempio, ha reso possibile l’esplorazione delle connessioni tra gli eventi luttuosi della famiglia e i disturbi psichici.

Le fasi che è necessario attraversare per un’elaborazione del lutto con esito positivo, per poter avere, cioè, una presa di coscienza di quanto accaduto e per poter riorganizzare se stesso, nei vari autori che hanno trattato questo argomento, vengono diversamente denominate e si differenziano per quantità, ma qualitativamente sono sostanzialmente simili. Bowlby, ad esempio, ne descrive quattro, la fase di stordimento, la fase di ricerca e struggimento, la fase di disorganizzazione e disperazione e la fase di riorganizzazione. Il processo di elaborazione si differenzia, inoltre, tra quello tipico degli adulti e quello più caratteristico delle prime fasi del ciclo di vita, quali l’adolescenza e l’infanzia.

Nel suo aspetto più generale di perdita, invece, il lutto viene, da Racamier, considerato come un processo organizzatore, che fa da orientamento alla vita psichica. In un senso più generale di perdita è, dunque, possibile entrare in uno stato di lutto anche in caso di importanti separazioni riguardanti sia aspetti esterni che interni della vita. La perdita, infatti può essenzialmente essere di due tipi: perdita dell’oggetto esterno ( per esempio conseguente ad una morte) e perdita dell’oggetto interno ( un esempio ne è lo stato di lutto per la perdita dell’infanzia nell’adolescente). Racamier, inoltre, parla anche di lutto originario, definibile come un processo maturativo universale, originario che fonda la psiche.

Importante parlando di lutto è, sicuramente, anche il tema delle difese che intervengono nel lavoro del lutto, quale ad esempio l’esclusione difensiva, ma lo è anche quello della collera, ricorrente in tale ambito, che si può presentare sotto forma di irritabilità, rivolta verso terzi o verso l’oggetto perduto o ancora ridiretta ed indirizzata verso se stessi. Riguardo al senso di colpa, invece, Grinberg si occupa, di definirne le caratteristiche in casi di lutto patologico, che in base alla sua intensità può portare ad un impedimento del normale decorso del lutto. Egli parla di un senso di colpa rivolto contro l’Io e contro l’oggetto perduto.

L’aspetto psicopatologico del lutto, definito lutto complicato, può essere considerato un’alterazione del processo di lutto, che si presenta in varie forme e con diversi gradi di gravità. Esso si estende su un continuum che va dall’estremo dell’assenza prolungata di lutto conscio a quello del lutto cronico. Le principali forme di lutto complicato sono: l’assenza prolungata di lutto conscio, il lutto cronico e l’euforia. Altre forme comuni di reazione patologica al lutto sono la “mummificazione”, le idee suicidarie e la collocazione impropria del defunto.

Nelle reazioni di tipo patologico, è proprio lo stallo in una situazione ormai non più ripetibile e recuperabile che provoca il bloccarsi del processo di lutto. Questi individui non sembrano voler accettare l’irreversibilità della morte sopravvenuta e vengono sopraffatti dalla frustrazione che la mancanza dell’oggetto perduto gli provoca.

Per quanto riguarda i criteri diagnostici del lutto patologico, grazie agli studi di Parkes e Weiss, sono stati forniti elementi validi per effettuare una diagnosi. Anche nel DSM ci si è premurati di inserire, nelle sue più recenti versioni (IV e V edizione) i criteri per effettuare una diagnosi differenziale tra lutto e depressione e quelli per diagnosticare il lutto complicato, identificato nel testo come Disturbo di Sofferenza Prolungata (PGD).

Le psicoterapie rivolte ad i soggetti luttati sono di tipo individuale, di gruppo e familiare e il loro obiettivo è risolvere i conflitti interni che impediscono l’avanzamento del processo di elaborazione del lutto, ma anche fornire un sostegno a chi si trova in tale stato: nel lavoro terapeutico di tipo individuale si cerca di tradurre in parole e pensieri il trauma subito; nella terapia di tipo gruppale, invece, lo scopo è fornire un supporto emozionale. La terapia familiare, con il suo approccio trisgenerazionale, invece, utilizza le risorse della famiglia per sbloccare situazioni di lutto irrisolto in ambito familiare.

Cari colleghi psi, vi ricordo, però, che lavorare a lungo e spesso con pazienti luttati può risultare difficoltoso per il terapeuta, perché tale situazione lo mette in contatto con i suoi nodi traumatici, rendendolo vulnerabile ed esposto ai pericoli narcisistici del ruolo di salvatore. Il terapeuta può anche essere soggetto alla sensazione di panico esistenziale, che solitamente viene descritta come un’angoscia profonda, con possibili esperienze dissociative, di depersonalizzazione o di derealizzazione. Per tale motivo è importante che il terapeuta sia in grado di venire a contatto con i propri stati d’animo legati alla perdita e alla disgregazione, ma è altrettanto importante che egli sia ben consapevole del fatto che il pianto e il dolore possono essere anche usati come mezzo di comunicazione con l’altro.

Come ci insegna Jung “Per vivere bisogna saper morire.” La vita ci impone numerose morti simboliche e risulta, dunque, necessaria la capacità di essere aperti ai cambiamenti e alle trasformazioni psichiche riguardanti noi stessi e le nostre relazioni con gli altri.

Compiere il processo di ricostruzione delle rappresentazioni mentali di se stesso, degli altri e delle relazioni che con questi intraprendiamo è qualcosa di molto complesso: un processo, questo, lento nel suo svolgersi e pieno di insidie ed ostacoli, che le difese e le ferite narcisistiche rappresentano.

È necessario, dunque, essere pronti al cambiamento per poter riuscire a riorganizzarci dopo il devastante sconvolgimento che un evento traumatico, come il lutto, può comportare.

Il grande analista svizzero, Jung, ci ricorda, infatti, che la vita nei suoi cicli passa attraverso diverse “morti”, ma dobbiamo essere aperti al cambiamento per poter rinascere.

 

Dott.ssa Valentina Pazienza

 

 

 

Corso di Formazione in Psicologia Forense Minorile 2017

Posted by on Gen 25, 2017 in Corsi, Eventi, In primo piano, Psicologia Giuridica, Teoria | 0 comments

Corso di Formazione in Psicologia Forense Minorile 2017

L’Associazione ITACA di Rimini, da Aprile a Giugno, riunirà un gruppo tra i maggiori esperti italiani nel campo della psicologia forense. I docenti coordinati dal Prof. Giovanni B. Camerini daranno vita al Corso di Formazione in Psicologia Forense Minorile 2017. (altro…)

Io²: giovani stranieri riminesi e composizioni identitarie

Posted by on Giu 25, 2015 in Adolescenti, Giovani Adulti, stranieri | 0 comments

Io²: giovani stranieri riminesi e composizioni identitarie

È evidente la difficoltosa differenza che contraddistingue i giovani italiani da generazioni dai coetanei immigrati e che ruota attorno all’acquisizione dell’identità culturale, alla percezione del sé, che per questi ragazzi oscilla tra un sistema culturale emotivamente intenso legato al nucleo di origine e un sistema di simboli e significati socialmente forti, all’esterno, nella società d’accoglienza. Entrambi i sistemi si intrecciano quotidianamente e rinviano al giovane immigrato l’immagine della sua diversità.
Gli studi condotti sulle categorie dei G1, dei G2, del genere femminile, del genere maschile e di tutte le derivazioni del caso, sono spesso pilotati da un incosciente etnocentrismo di stampo occidentale, teso alla categorizzazione prima che alla comprensione, non preparato alla diversità, alla variabilità. Esiste quindi la tendenza a giudicare ed interpretare le altre culture in base ai criteri della propria, proiettando su di esse i nostri concetti, impugnando l’habitus culturale e la normativa

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scarica qui la ricerca in formato integrale

 

Con questo lavoro vogliamo accompagnare i lettori attraverso le frontiere, andata e ritorno, più e più volte, per misurarci con punti di vista diversi da quelli a cui siamo abituati. Per perseguire l’intento abbiamo assunto la metodologia della ricerca qualitativa, a nostro parere, la più rispettosa e adatta alla varietà di pensieri e azioni possibili.
Per analizzare le tematiche emerse dalle interviste siamo partiti dalle rappresentazioni che gli operatori, quotidianamente a contatto coi giovani, ci hanno fornito. Abbiamo seguito poi la pista dei ragazzi stranieri, quasi immediata, suggerita dai numeri e dagli operatori stessi, per poi affacciarci al sottoinsieme femminile.
Le donne rappresentano oggi circa il 45% degli immigrati presenti in Italia e all’interno di questo insieme troviamo anche donne giovani, che per età sono da noi considerate ragazze, ma per la cultura d’origine possono già essere donne, madri di famiglia, lavoratrici. Queste giovani donne costituiscono una realtà poco visibile, complessa e necessitano di uno spiraglio per prendere possesso di un posto nella società in cui vivono, nel rispetto della cultura da cui provengono.
Attraverso il percorso di ricerca è stato naturale imbattersi in questa tematica e arrivare, per così dire, alla fascia più fragile: giovani donne immigrate musulmane.
Abbiamo utilizzato metodologie qualitative coinvolgendo operatori italiani e di origine straniera, che vivono e lavorano sul territorio di Rimini. Abbiamo effettuato delle interviste, affiancate costantemente da un approfondito studio di contesto e bibliografico.
La ricerca ha avuto finalità esplorative, tese ad evidenziare le caratteristiche più rilevanti di questo specifico universo giovanile. Gli operatori coinvolti nelle interviste sono stati reperiti seguendo un metodo non probabilistico ma cercando comunque di garantire, pure nel numero ristretto di soggetti interpellati, una rappresentazione della complessità territoriale.

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SPORTELLO PSICO-LEGALE

Posted by on Apr 17, 2015 in Eventi | 0 comments

SPORTELLO PSICO-LEGALE

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L’Associazione Itaca, sede di Bologna, dà il via allo Sportello Psico-Legale, già attivo sul territorio bolognese dalla metà di Aprile 2015.

In linea con le finalità dell’Associazione, legate alla prevenzione del disagio psicologico e  alla promozione della salute e del benessere psichico e sociale, lo Sportello si inserisce come luogo di incontro di diverse professionalità a cui, le persone che vivono una situazione di conflitto o difficoltà, possono accedere per trovare un sostegno mirato e personalizzato secondo le proprie esigenze.

Il punto di forza di questa iniziativa, infatti, è la presenza di un gruppo di professionisti con competenze diversificate, ma che lavorano congiuntamente, per offrire ai clienti un sostegno che possa coprire diversi ambiti.

Obiettivo dello Sportello è mettere al centro la persona attraverso una presa in carico che curi non solo gli aspetti giuridico-legali, ma anche comunicativi, relazionali e psicologici, in modo da risolvere con efficacia e completezza anche le situazioni più complesse. Può non essere facile, infatti, in situazioni di difficoltà, rivolgersi ad un legale e aprirsi raccontando i fatti più dolorosi e intimi della propria vita. Per questo la collaborazione con altre figure professionali quali lo Psicologo e lo Psicoterapeuta consente di offrire una assistenza più completa e soddisfacente.

In un’ottica multidisciplinare, i nostri professionisti, Avvocati, Psicologi e Psicoterapeuti, offrono quindi non solo una tutela legale, ma anche supporto in situazioni di tensione o conflitto relazionale e percorsi di promozione del  benessere psicologico.

I servizi dello Sportello sono rivolti a:

  • Coppie in crisi
  • Coppie che stanno pensando alla separazione o che desiderano separarsi
  • Persone che vivono un momento di difficoltà in seguito ad una separazione
  • Figli di coppie separate o divorziate
  • Coppie che affrontano percorsi di adozione nazionali o internazionali
  • Persone che stanno affrontando problematiche relative all’affidamento
  • Persone che si trovano a vivere situazioni di stalking, straining e mobbing

Il servizio prevede un primo incontro gratuito, che potrà essere svolto con l’Avvocato, con lo Psicologo o in modo congiunto, a seconda dei bisogni rilevati durante il primo contatto telefonico.

Successivamente è possibile proseguire con un percorso personalizzato che potrà prevedere:

  • consulenza legale
  • percorso di sostegno psicologico per poter affrontare al meglio eventuali problematiche emerse
  • valutazione psicodiagnostica: consente di avere una valutazione globale del funzionamento di una persona e può essere richiesta in ambito forense per verificare le condizioni psichiche all’interno di procedimenti giuridici, civili e penale. Può essere richiesta inoltre per la valutazione delle competenze genitoriali per l’affidamento dei figli in caso di separazione.
  • consulenza tecnica civile e penale

Il servizio è attivo dal lunedì al venerdì

Si riceve su appuntamento telefonando al numero 3290873513

Cinema e Psicoanalisi – 12 di Nikita Mikhalkov

Posted by on Feb 12, 2015 in Cinema e Psicoanalisi, In primo piano, Psicodramma | 0 comments

Cinema e Psicoanalisi – 12 di Nikita Mikhalkov

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Dodici giurati si ritrovano a dover decidere all’unanimità della sorte – ormai segnata – di un giovane ceceno accusato di parricidio. Ma nel meccanismo qualcosa si inceppa, e la certezza della pena viene messa in dubbio da un giurato che, poco a poco, costringe ognuno a rivedere le proprie posizioni, rendendo la sentenza più difficile del previsto.                    

Meritato vincitore del Gran Premio della Giuria alla Mostra Cinematografica di Venezia del 2007, 12 è la rielaborazione del testo scritto da Reginald Rose già utilizzato in “Twelve Angry Men” (“La parola ai giurati”), film diretto da Sidney Lumet nel 1957. Mikhalkov sposta la vicenda dall’America delle lotte razziali alla Russia attuale: questa è una “tipica storia russa” dice uno dei protagonisti, ma noi sappiamo che potrebbe essere anche una storia italiana, in tempi attuali di globalizzazione. E’ la storia di un paese in cui le scuole hanno tubature a vista costruite quarant’anni prima; in cui i becchini usano squallidi trucchi per guadagnare qualche soldo in più; in cui le banche stritolano i deboli, mentre aiutano palazzinari senza scrupoli a ottenere con qualsiasi mezzo l’oggetto della speculazione; in cui le persone diventano schiave di oggetti di consumo quali cellulari, televisioni, automobili e perfino coltelli. Un paese in cui tutti sappiamo che funziona così, “da sempre”; un paese dove tutti oramai siamo più o meno corrotti dal “discorso del capitalista”. Ma dove istituzioni e giustizia falliscono, emerge la legge del cuore, che fa alzare una mano sola contro undici, quando ormai il destino di un ragazzo ceceno era già deciso: “è uno sporco selvaggio assassino, uno di quelli che ci fanno sentire stranieri nella nostra stessa terra” dirà il più problematico dei dodici giurati e sembrano parole in bocca a qualsiasi italiano stanco di immigrati.   Completamente ambientato in una fatiscente palestra in disuso – a parte le vicende belliche in cui ci viene narrato il terribile percorso di crescita del ragazzo – il film è innanzitutto una grande prova corale di attori, strepitosi nella magistrale direzione di un grande vecchio del cinema russo e mondiale. Un regista che ha mosso i primi passi insieme al grande amico Andrej Tarkovskij, dirigendo insieme a lui, a soli vent’anni, il cortometraggio di diploma al Corso di Cinematografia Sovietico. 12 presenta vari piani di lettura, da quello sociale a quello spirituale, ma Mikhalkov fornisce una formidabile occasione per mostrare al pubblico cos’è lo psicodramma analitico e come funziona il suo strumento terapeutico. In una unica seduta fiume (quasi il concentrato di un lavoro a lungo termine in un gruppo terapeutico) le coordinate del setting sono già stabilite: un ambiente in cui si deve sostare per tutta la seduta, un numero definito di partecipanti, infine l’utilizzo del “gioco” come strumento di ricerca di verità. Nel film sono implicitamente presenti anche un conduttore e un osservatore. Il cosiddetto conduttore, nel film si presenterà subito, stimolando la riflessione negli altri partecipanti; l’altro, il presidente della giuria, interpretato da Mikhalkov stesso, si svelerà solo alla fine. La cosa in cui la seduta dei protagonisti del film differisce dal gruppo terapeutico è la sua durata e la sua non ripetibilità: senza limiti di tempo nel film (ma si tratta di un’unica seduta), con un tempo ben preciso (di un’ora e mezza) nel gruppo di psicodramma. Nel film la compassione di un giurato aprirà alla riflessione del gruppo, perché “nessuna verità è assoluta”, anzi “tutto è possibile”, come dirà il giurato di origine ebrea. Ovviamente questo non è un film buonista, la “pietà” di cui si parla non è “pietismo”: 12 è un lavoro carico soprattutto di spiritualità, quella stessa spiritualità che, nella tradizione cinematografica e culturale russa (pensiamo solo ai film di Tarkovskij), diviene dapprima melodia poetica, infine melodia della coscienza e fonte di ricerca di verità profonde : una melodia simile al cinguettare dell’ uccellino intrappolato nella palestra, per citare uno dei simbolismi presenti nell’opera. La libertà di cui parla Mikhalkov  non risiede nel giudizio morale, così facile a scivolare nel pregiudizio, risiede nell’etica del dubbio, nella libertà del potere riflessivo e nella consapevolezza che la verità su noi stessi e gli altri è sempre in divenire, mai un dato certo. Rendere liberi gli altri significa lasciare, a loro e a noi stessi, la possibilità di scegliere, scegliere anche di sbagliare. La compassione di cui si parla nel film, è intesa nel senso etimologico del termine ‘cum-patire’, soffrire insieme, ed è lo strumento regio dello specialista nel avvicinare la sofferenza del paziente. La compassione dello psicoanalista, la sua etica, non è data, non è una dote superiore – come purtroppo crede qualche collega così a suo agio nella posizione del “padrone” – ma è frutto di un lavoro svolto, durante la propria “formazione permanente”, con specialisti più esperti e con i colleghi. Un lavoro analitico svolto su di sé, che permette di avvicinare la sofferenza del paziente e condividerla, per compassione; lavoro che fornisce una bussola nel rapportarsi alla sofferenza dell’altro, lavoro senza il quale la mera ortodossia tecnica e teorica è nulla. E’ interessante notare come, anche in 12, gli episodi esperienziali di ogni singolo giurato sono quelli che lo definiscono e gli forniscono una bussola nel rapporto con l’altro. Forse non è un caso che il taxista, il giurato più razzista, più difeso, ha un vissuto doloroso rimosso, con cui riuscirà ad entrare in contatto solo nella intensa scena finale, grazie al lavoro emozionale svolto precedentemente in gruppo. La ricostruzione dei giurati della verità processuale, attraverso la rappresentazione teatrale, è equivalente a ciò che avviene nello psicodramma analitico attraverso il “gioco”: lo scopo di questo gioco è quello di ricercare la verità personale di ogni singolo paziente. Così come nel film, nel gruppo terapeutico, questa verità viene svelata attraverso il vissuto emotivo: vi è una rappresentazione di un fatto, lo si interpreta attraverso la finzione scenica, ma l’emozione che si vive è vera e intensa, così come si osserva nei giochi messi in scena nel film, dove alcuni fanno vivere la propria questione emotiva all’altro. Questione altamente drammatica nel caso del giurato razzista. E quando il presidente della giuria svelerà il suo ruolo, ogni giurato si sarà in parte appropriato dei propri aspetti emotivi più fragili, del proprio “essere male” interiore, “malessere” fino ad allora rifiutato e posto nel ragazzo ceceno. La crescita personale dipenda sempre dal confronto con l’altro  attraverso il legame sociale. Se è vero che “le cose vanno sempre così” come amaramente afferma il presidente della giuria alla fine del film, è anche vero che una maggiore coscienza permette cambiamenti soggettivi, che possono influenzare terapeuticamente gli altri. Nel caso dei protagonisti del film una maggiore consapevolezza permette l’incontro tra chi un figlio non l’aveva e un giovane reietto, orfano del mondo. In un gruppo di psicodramma, una maggiore integrazione tra vissuti emotivi conflittuali, permette l’autonomia da condizionamenti familiari e sociali. Condizionamenti interiori, che umiliano e tengono segregata la nostra soggettività.     Maurizio Cottone Titolare SIPsA-COIRAG-IAGP Psicoanalista Ordinario ARPAd Presidente ITACA

La relazione terapeutica negli adolescenti e giovani con DCA

Posted by on Gen 28, 2015 in Adolescenti, Giovani Adulti, In primo piano, Teoria | 0 comments

La relazione  terapeutica negli adolescenti  e giovani con DCA

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ITACA – SEDE DI BOLOGNA

Quando corpo e mente non comunicano tra loro

di Letizia Rotolo

 

Ad ogni primo incontro con una persona adolescente o giovane  sofferente di anoressia restrittiva, mi viene in mente “L’urlo” di Munch. Eppure di solito la ragazza che ho di fronte mostra un atteggiamento duro e deciso, appena stemperato da un sorriso educato, di chi è sicuro del fatto suo, nonostante le pressioni contrarie dell’ambiente circostante. Il corpo deprivato, composto e rigido mi comunica rabbia, angoscia e disperazione, mentre le parole ostentano sicurezza e la chiara intenzione di voler tenere le distanze dalle emozioni e nella relazione. A volte l’atteggiamento è apertamente oppositivo e rivendicativo e non prelude ad un reale desiderio di cambiamento, piuttosto sottolinea il fermo proposito di non cambiare. Mi sento sempre un po’ combattuta al primo incontro tra il desiderio di tirarmi indietro e quello di accogliere. L’aggressività che trapela dal corpo e dall’atteggiamento di queste pazienti mi spaventa, ma mi sono abituata a contenere le mie paure (sono pazienti di solito difficili, che mettono a dura prova, interrompono facilmente il trattamento), senza negarle, nella speranza di essere un po’ d’aiuto. Ma a cosa prestare ascolto? All’angoscia trasmessa dal corpo o alla determinazione ostentata a parole? L’esperienza interna di queste pazienti è scissa. Ho imparato ad accoglierle , con il loro corpo sofferente da un lato e il loro rifiuto di cambiare dall’altro. E confido nella mia pazienza. Come Ferenczi insegna l’analista deve avere pazienza, deve sapere aspettare. Nella persona affetta da anoressia restrittiva è più evidente la mancata integrazione tra il corpo e la mente, che caratterizza in modo più o meno marcato anche le altre forme di DCA, i disturbi psicosomatici e quelli dissociativi. Lavorando con pazienti che soffrono per anoressia o bulimia, è frequente osservare la scissione tra la mente e il corpo: la mente è super nutrita, il corpo tenuto a stecchetto o ingozzato senza amore. Il lavoro intellettuale è esaltato e idealizzato, anche se la sicurezza mostrata in questo ambito è animata più dal dovere e dal perfezionismo che dal piacere. Il corpo è disprezzato, punito, mortificato, ferito. Corpo e mente appaiono come “slegati” che, similmente ai “separati in casa”, a forza di non comunicare, mente e corpo sviluppano disinteresse, diffidenza e ostilità reciproca.       I pensieri ossessivi legati al corpo sono tutti rivolti a qualità ed esigenze concrete: aspetto fisico, peso, fame, calorie, cibo, movimento, prendere dentro e buttar fuori ecc. Se si parla di emozioni o sono negate o sono razionalizzate. Se espresse sono “vomitate” senza mai dar luogo a vera introspezione. Mantenere la dissociazione richiede una grande quantità di energie. Fino a quando il corpo ce la fa, l’angoscia viene tenuta a bada dalla dedizione allo studio e da risultati scolastici eccellenti. Qualsiasi richiamo alla ragione o alla volontà, rispetto al proposito di digiunare o di abbuffarsi, è destinato a cadere nel vuoto oppure provoca reazioni di rabbia, sospetto e rancore. Queste pazienti sono sincere quando affermano di vedersi grasse, sformate o gonfie da scoppiare. Sono sincere quando temono le conseguenze che possono derivare da atti semplici, che a noi appaiono banali, ma che per loro sono drammatiche: per loro mangiare solo un boccone in più è come se davvero rischiassero di morire.

 

Senso e significati del sintomo

L’esperienza clinica avvalora l’ipotesi che il sintomo sia una modalità difensiva a protezione di un’area della personalità molto fragile e vulnerabile. Spesso nei primi colloqui dico alla paziente che non l’aiuterò a liberarsi del sintomo (queste pazienti hanno un gran timore di essere costrette a farlo), ma che prima di pensare a qualsiasi cambiamento, cercheremo insieme di capirne il senso: cioè la sua intenzione positiva. E’ una cosa che può fare per sé, per conoscersi meglio. Nel racconto autobiografico si possono scorgere i segnali di qualcosa che è mancato: distacchi troppo precoci, forzature nella crescita, periodi di solitudine affettiva, traumi importanti che sono apparentemente scivolati via come niente fosse. Spesso si delinea un ambiente che non ha saputo o potuto accorgersi dei bisogni della paziente, già da neonata, poi da bambina e da adolescente. Non li ha visti e non ha risposto, oppure ha dato risposte non utili o limitanti. Solo grazie ad un delicato, lungo e paziente lavoro psicologico, in un clima di grande fiducia, il muro dell’autosufficienza può cominciare a sgretolarsi, per lasciar posto alle prime consapevolezze ancora incerte di avere dei bisogni. Allora fa capolino il timore di “non essere viste”, di non esistere, di scomparire, di essere trasparenti, di non essere mai nate, ecc . Il sintomo è, “un medicamento d’urgenza”, capace di contrastare concretamente, per brevi momenti, la sensazione di perdita di consistenza corporea, attraverso l’iperstimolazione sensoriale: attraverso cioè le contrazioni dolorose indotte dalla fame, il dolore prodotto da ferite cutanee autoprocurate, un’abbuffata che dilata in modo brusco le pareti dello stomaco; il vomito che lo svuota, l’iperattività fisica. E’ inutile interpretare queste condotte, perché, essendo espressione di una dissociazione interna, non hanno un valore simbolico (non esprimono cioè impulsi indesiderati o un conflitto da rimuovere), ma sono azioni concrete e ripetitive, dirette a contrastare la sensazione di non esistere. Il dolore ha il potere di far sentire ancora vivo il corpo, di risvegliare la consapevolezza corporea, di confermare la non morte di un Sé segregato, “imperfetto” perché fragile e vulnerabile. Quello che gli altri vedono è un Sé maschera, vissuto anche con odio, perché risponde esclusivamente alle aspettative degli altri, ma di cui non si può fare a meno perché l’unica parte di sé che la paziente crede abbia il diritto di esistere (o a cui la paziente dà il diritto di esistere). Ecco quindi che esplorando i significati del sintomo si intravede questo Sé nascosto e vulnerabile, ma più autentico, a cui appartiene il bisogno di tornare piccole e di riprendersi l’attenzione che non c’è stata, ma anche il desiderio di crescere senza paura di essere abbandonate o di perdere l’affetto dei propri cari. Il percorso non è mai indolore, anzi spesso si accompagna a fortissime resistenze, un grande spavento, un senso di enorme smarrimento e confusione e quindi sono sempre possibili delle ricadute. Infatti il contatto con le emozioni può produrre una specie di maremoto, che si teme di non poter affrontare. La strada è quindi molto impegnativa, richiede una grande fiducia nella relazione con lo psicoterapeuta e non sempre si può fare tutta in una volta.

 

Trauma

I disagi legati al corpo e i disordini nella condotta alimentare non sono sempre espressione di una dissociazione. Occorre saper distinguere quando esprimono in modo simbolico un conflitto o un impulso indesiderabile (e quindi indicano un disturbo nevrotico più facilmente curabile) e quando invece una negazione dell’attività psichica. In quest’ultimo caso il sintomo ha il senso di contenere una mancanza che non è simbolizzabile (cioè non è rappresentabile), un vuoto creatosi proprio quando l’Io non era ancora in grado di difendersi dall’angoscia che questa mancanza procurava. Come afferma Winnicott, in età precoce si è verificato un blocco evolutivo: una situazione di carenza affettiva si è congelata nella psiche del bambino. Balint l’ha definito “un difetto di base”, altri “una lesione nella fiducia di base” (teorici dell’attaccamento). Credo sia estremamente importante chiarire i concetti di ambiente, carenza affettiva e trauma. Con ambiente mi riferisco al contesto in cui è inserito il bambino, intendendo non solo la disponibilità affettiva materna (che comunque nei primi mesi di vita è l’ambiente – per eccellenza – percepito dal bambino), ma anche la qualità di cura e di contenimento delle altre persone nei confronti della coppia madre-bambino. Con carenza intendo non solo la mancanza d’amore, ma anche il dare troppo. La psicoanalisi ha rivisto il concetto di trauma, allargandolo al contesto, allo stato del soggetto (età, fase dello sviluppo, capacità psicofisiche, ecc.), alle caratteristiche della relazione all’interno del quale si verifica. Quanto più una relazione è significativa, si verifica precocemente, perdura nel tempo, tanto più l’evento ha impatto traumatico e conseguenze dannose. Bonfiglio (1999) definisce traumatica “l’esperienza momentanea o prolungata di non percepirsi esistente e padrone di se stesso, dei propri pensieri e delle proprie scelte..” e ancora un evento o una situazione “che mette fuori gioco l’integrità psichica del soggetto, mettendolo temporaneamente in scacco e non consentendogli di funzionare in modo unitario e coerente”. Possono presentarsi moltissime occasioni che fanno sì che una mamma non sia disponibile affettivamente verso il bambino: è arrabbiata, è stravolta da un lutto improvviso, è in conflitto con il compagno o con un altro familiare, ha difficoltà con gli altri figli, è sola, è in gravi condizioni economiche, ecc. Non c’è di solito un’intenzione consapevole di rifiutare o trascurare il bambino, ma il posto del bambino nella mente della mamma è occupato da altro. Nella storia delle pazienti affette da un disturbo del comportamento alimentare sono spesso presenti disturbi della relazione precoce (difficoltà del sonno, rifiuto del latte) in concomitanza con stati di malessere della madre dovuti ad una o più delle situazioni sopradescritte. A volte tuttavia non emerge un evento preciso, quanto l’immagine di un’infanzia idealizzata e la descrizione di una bambina che “non ha mai dato problemi”, ma che approfondendo si è sentita eccessivamente e precocemente responsabilizzata e che si è iperadattata alle esigenze della madre e della famiglia. Altre volte emerge un trauma nella seconda infanzia (la grave malattia di un fratellino) o nell’adolescenza (per esempio un abuso o un aborto), non per questo meno doloroso, che ha destabilizzato un’Io ancora instabile e in formazione

 

Il percorso terapeutico

Premetto che la psicoterapia analitica ha un setting diverso dall’analisi tradizionale: in psicoterapia non si usa il lettino e le sedute si svolgono come una conversazione viso a viso, con appuntamenti regolari una o due volte la settimana al massimo. Come afferma Fabio Metelli nella prefazione al libro “Psicoanalisi e psicoterapia analitica” di Munari e Racalbuto, mentre l’analisi mira ad una ristrutturazione della personalità, gli obiettivi della psicoterapia analitica sono più limitati: si tratta di intervenire sulle aree connesse a determinati disturbi di un paziente, allo scopo di migliorarne le condizioni psichiche, ristabilendo un equilibrio nel rapporto con se stesso e con gli altri. Una psicanalisi classica richiede sempre tempi lunghi, una psicoterapia può raggiungere lo scopo prefissato con un numero inferiore di sedute. Ciò non significa che condurre una psicoterapia sia più facile che un’analisi, dal momento che la psicoterapia “richiede maggior autocontrollo .. e un’elevata capacità di prestare attenzione ai modi di comunicare dei pazienti e ai loro bisogni” (Limentani A., Ibidem) La persona che soffre di un disturbo. del comportamento alimentare non sempre arriva dallo psicoterapeuta con una personale e vera motivazione alla psicoterapia. Come ho accennato all’inizio, il sintomo è già per la persona una “soluzione”. Inoltre, fornisce di solito un importante vantaggio secondario nella relazione con i genitori e gli altri familiari, che preoccupati e in ansia diventano più attenti, sensibili e disponibili. Quando i genitori si rendono conto che la figlia ha un problema serio nei confronti del cibo, di solito provano diversi sentimenti contrastanti: apprensione, senso di colpa, mortificazione, rabbia. A volte essi hanno molte resistenze ad ammettere che si tratta di una vera e propria malattia e non di un capriccio o di una modalità oppositiva, magari temporanea, e che non bastano ragione, convincimenti, volontà o punizioni per ripristinare una situazione di normalità. Anche i genitori soffrono e possono reagire al dolore con modalità non sempre costruttive. Possono esservi, inoltre, delle ragioni inconsce che inducono la famiglia a mantenere la situazione in atto, piuttosto che ricercare o facilitare un cambiamento. Anche i genitori hanno bisogno di essere aiutati, informati e sostenuti nel difficile e faticosissimo compito di aiutare a propria volta la figlia ad uscire dalla malattia. Ed è di fondamentale importanza che credano nell’aiuto psicoterapeutico, abbinato a quello farmacologico se necessario. Nella mia esperienza ho verificato che quando i genitori sono consapevoli e collaboranti (cioè disposti a rivedere se stessi e il loro rapporto con la figlia, fiduciosi e non intrusivi) il cammino verso la guarigione è più facile e di solito più breve. A volte può passare molto tempo prima che la persona decida di iniziare una psicoterapia, anche se c’è l’appoggio dei genitori e più di un terapeuta che si è dichiarato disponibile. La fase iniziale di una psicoterapia, che si identifica sostanzialmente nella costruzione di una relazione di fiducia, può essere anche molto lunga ed impegnativa, perché queste pazienti sono in genere diffidenti o molto sfiduciate. Uno dei problemi che mostrano e sentono di più, al di là del peso e delle calorie, è la mancanza di una misura nello stabilire e mantenere le distanze “affettive” nelle relazioni con gli altri: o si aggrappano o si isolano. Esse si difendono in tal modo dallo sperimentare un contatto emotivo intenso, pur desiderandolo. Per favorire la fiducia, il terapeuta si mette “a disposizione” della paziente: l’ascolta, evita di essere intrusivo e nello stesso tempo riflette in modo empatico le sue considerazioni. Non interpreta. Evita di entrare nel merito di peso e calorie (che sono di competenza del medico e della dietologa) e si mostra interessato a scoprire insieme a lei il senso del disturbo che pervade la sua vita quotidiana. I primi segnali di un senso di fiducia verso il terapeuta di solito sono emozioni legate a qualche ricordo piacevole o spiacevole dell’infanzia, oppure il racconto di un sogno. A questo punto può iniziare il vero lavoro terapeutico. Spesso è la curiosità di capire cosa è accaduto e non funziona dentro di lei che motiva la paziente a riflettere sul suo mondo interiore, mentre prendono spazio i sentimenti legati al transfert. Il rischio di acting out rimane comunque sempre molto alto. La paziente può rifiutare categoricamente anche la più piccola interpretazione. In questo periodo la situazione rispetto al cibo, in casa e nelle relazioni esterne non sempre migliora, a volte anzi può peggiorare, come se la paziente “facesse pagare” ai genitori una fatica che a suo vedere dipende solo da loro. La condotta masochistica sembra esprimere un “bisogno di fallire”, una ricerca perversa di conferme del non amore o dell’indifferenza da parte degli altri. Questo accade anche nella relazione terapeutica. Per molti mesi la relazione con la paziente può avere la caratteristica quasi di un idillio o di una forte intesa. E’ difficile per il terapeuta non cadere nella trappola di sentirsi il genitore ideale che la paziente ha sempre sognato. Poi ad un certo punto si verifica un colpo di scena: la paziente è delusa anche solo da una piccola mancanza del terapeuta che improvvisamente riconosce “imperfetto”. E’ il momento più delicato della psicoterapia. Se il rapporto tiene, c’è la possibilità di ri-sperimentare il trauma infantile nella situazione protetta della psicoterapia: per la paziente ciò significa scoprire, attraverso il sentire piuttosto che il pensare, cosa è mancato, provare dolore per questo, potersi svincolare dall’immagine di un genitore idealizzato e far posto ad un genitore più reale con i suoi difetti e le sue qualità positive. In sostanza si tratta di far vivere alla paziente una “esperienza correttiva” (Franz Alexander) per potersi separare dall’infanzia e ricominciare a crescere.

 

Letizia Rotolo

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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Aron L. Menti che si incontrano, Rafffaello Cortina Editore, Milano, 2004

 

Balint, M. “Il difetto fondamentale”, in La regressione, Milano, Raffaello Cortina, 1983

 

Bonfiglio 1999 Rivista italiana di neuropatologia, psichiatria e elettroterapia

 

Borgogno F. (1997). Elasticity of technique: the psychoanalytic project and the trajectory of

 

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Borgogno F. (1998). Sándor Ferenczi’s first paper considered as a “calling card”. Int.Forum

 

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Borgogno F. (1999a). Psicoanalisi come percorso. Torino, Boringhieri.

 

Brusset B. Psicopatologia dell’anoressia mentale. Borla, Roma 2002.

 

Ferenczi, “Tecnica psicoanalitica”, in Fondamenti di psicoanalisi, vol. 2, Rimini, Guaraldi, 1973; ma il lavoro originale é del 1919.

 

Munari I., A. Racalbuto, A:Limentano, F.Metalli : Psicopatologie e tecniche per l’intervento clinico-Psicoanalisi e psicologia dinamica, Franco Angeli editore 2 edizione 1989

 

Recalcati M., U.Zuccardi Merli Anoressia, bulimia, obesità, Bollati Boringhieri, Torino, 2006

 

Winnicott D. W:. Gioco e realtà, Editore Armando 1974

Nuove relazioni e nuovi legami affettivi dopo la separazione: rapporti tra genitori, figli e nuovi partner.

Posted by on Gen 16, 2015 in Psicologia Giuridica, Teoria | 0 comments

Nuove relazioni e nuovi legami affettivi dopo la separazione: rapporti tra genitori, figli e nuovi partner.

 ITACA – SEDE DI BOLOGNA

di Anna Aiello.

Nel seguente lavoro riprendo in linea generale quanto esposto all’interno del ciclo di seminari: La separazione e il divorzio tra psicologia e diritto. “Separazione e figli: I nuovi partner possono causare pregiudizio?” organizzato dall’Associazione Itaca sede operativa (Bo). Dal punto di vista psicologico cercheremo di conoscere meglio la figura del nuovo partner (terzo genitore), non come fonte di pregiudizio e quindi causa di danno per la salute psicologica del bambino, ma come possibile punto di riferimento per i figli del compagno/a e come possibile risorsa anche per il genitore biologico. Decidere di iniziare una nuova relazione dopo una separazione e/o divorzio quando ci sono già dei figli richiede una maggiore consapevolezza e accortezza. Per questo motivo, può essere utile seguire degli accorgimenti che possono facilitare la costruzione di una nuova relazione dove sono già presenti dei figli. Tra le domande che i genitori si pongono quando decidono di iniziare una nuova relazione troviamo: – Come e quando presentare ai figli il nuovo compagno o la nuova compagna? – Sono separata/o e ho un nuovo compagno/a: come affrontare l’argomento con mio figlio? – Che ruolo hanno i nuovi partner? – Quali devono essere i rapporti con gli ex-mariti/mogli? Sono tanti gli interrogativi che i genitori si pongono prima di affrontare una nuova relazione dopo la separazione, poiché dietro queste richieste vi è un profondo desiderio e preoccupazione da parte loro di proteggere e rassicurare i propri figli dalle sofferenze che possono in qualche modo intaccare la loro serenità. Uno degli aspetti più intriganti e anche meno studiati delle famiglie del post-divorzio/separazione è il rapporto del nuovo partner con i figli del primo matrimonio. […] La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse» (Durkheim, 1888). Queste parole che sembrano trovare conferma nel passare del tempo ci aiutano a comprendere le trasformazioni della famiglia contemporanea e ci insegnano che oggi non si può più parlare di famiglia, come di un’entità stabile e definibile in termini assoluti. La famiglia è un fenomeno bio-sociale che deve essere considerato all’interno dei mutamenti politici e culturali di una società. Non si può teoricamente parlare della famiglia in generale, ma solamente di tipi di famiglie (Marzo, 2002). Il modo di essere e fare famiglia è cambiato, e così anche il linguaggio e i termini per definire relazioni e rapporti all’interno di essa: non si parla più di patrigno o matrigna, a cui spesso si associavano connotazioni negative, ma di padre bonus o madre bonus e le famiglie vengono denominate allargate o ricomposte. Nella famiglia tradizionale i ruoli sono chiari e definiti all’origine. Nelle famiglie ricomposte non c’è questa chiarezza e colui/colei che vive con i figli del partner, o li vede spesso, può avere difficoltà a collocarsi e a individuare una linea di condotta coerente. (Ferraris, 1997). È importante ricordare che con la separazione non si perde la propria funzione genitoriale, ma questa assume forme e modalità diverse nel momento in cui la coppia non è più tale, e in particolar modo nel momento in cui ci sarà la formazione di una nuova coppia. La nuova esperienza sarà sicuramente più complessa perché i ruoli familiari si moltiplicano; nonostante alcuni di questi siano previsti dalla nostra legislazione, ciò non rende questa esperienza meno difficile da gestire emotivamente. Si tratta di una condizione nella quale i rapporti interpersonali mettono in campo emozioni e sentimenti intensi e a volte contrastanti che è necessario riconoscere ed elaborare.

 

La Famiglia Allargata

Le famiglie ricostituite e/o allargate, sono quelle che derivano dall’unione di partner provenienti, entrambi o solo uno dei due, da cessati matrimoni, convivenze o da famiglie monogenitoriali. Nel nuovo nucleo sono inglobati i figli nati da unioni precedenti, anche se a volte può accadere che uno solo porti con sé la propria prole e l’altro, se ne ha, la lasci a convivere con il precedente partner. La complessità delle relazioni che in questo tipo di famiglia si viene a creare, richiede sempre la messa in campo di notevoli risorse per una buona integrazione tra tutti i suoi membri e per la realizzazione del senso di appartenenza di tutti i suoi componenti al nuovo nucleo. Nel processo di ricomposizione familiare si ritrovano principalmente 2 difficoltà:

Lealtà verso i figli.  L’idea, appartenente soprattutto alle donne, che in presenza di figli sia disdicevole occuparsi dei propri desideri. È comune pensare che occuparsi dei propri desideri possa danneggiare i figli. I bambini hanno bisogno di genitori contenti che siano capaci di amarli e lasciarli liberi. Più una persona trova in se stessa la realizzazione, più facilmente riesce ad assolvere ai compiti di accudimento. Il contrario rischia di essere un corto circuito in cui si cercano nell’accudimento quelle soddisfazioni che una persona non riesce a trovare in se stessa.

Affrontare i pregiudizi. Seguire i propri bisogni rende disponibili risorse ed energie per gli accadimenti della vita. Il problema è affrontare i pregiudizi sociali che sono dentro di noi, l’interiorizzazione di un pregiudizio negativo mina risorse ed energie.
I nuovi partner. Si parla molto di separazione, di divorzio e dei problemi cui vanno incontro gli ex coniugi e i loro figli, ma si presta scarsa attenzione a colui o colei che entra nella vita di un bambino o di un ragazzo in qualità di compagno/a di sua madre o suo padre. Il terzo genitore affronta una situazione a cui spesso non è preparato. Diventare il compagno/a di mamma o papà, dormire nel lettone e sentirsi a proprio agio con i figli del partener non è una condizione frequente. Con la loro presenza e a volte il loro rifiuto esplicito, i bambini e i ragazzi possono infatti comunicare all’ultimo arrivato che il suo ingresso in casa è illegittimo, mal tollerato, temporaneo, di intralcio, oppure se abitano nella sua casa, possono dare segni di insoddisfazione e rifiutare gli spazi loro assegnati, autosegregarsi in una stanza. Comportamenti che, da un lato, rappresentano una minaccia continua alla relazione di coppia e, dall’altro, non incoraggiano l’adulto estraneo ad assumere il ruolo attivo e propositivo nella nuova famiglia. Queste considerazioni evidenziano quanto la figura del terzo genitore è dunque una figura tutta da inventare. Alcuni autori (Ferraris, 1997; Juul, 2012) suggeriscono alcune caratteristiche che possono agevolare il rapporto tra “Il terzo genitore “ e i figli acquisiti: 1. Essere empatico/a con i figli dell’altro/a, mettersi nei loro panni. 2. Non essere giudicante, 3. Essere aperto al cambiamento, 4. Reagire con diplomazia, solo così si potrà conquistare la loro fiducia e costruire un rapporto positivo e affettivo. Può capitare che i figli entrino in conflitto con il terzo genitore. In questo caso l’adulto coinvolto non può fare finta di niente. Il miglior consiglio in questi casi, spiega la Ferraris, è non dare valore esagerato al conflitto. Sdrammatizzare gli scontri e mai reagire in maniera dura. Bisogna sempre tenere presente che certi comportamenti del bambino potrebbero essere dettati dalla sofferenza che ha passato e non dalla voglia di fare dispetti. 5. Il terzo genitore non deve essere geloso dei figli. Sono rapporti affettivi diversi. “I figli hanno un ruolo prioritario nella vita del genitore”, dice Juul (2012), “[…] qualsiasi tentativo di competere per il primo posto è inutile. […] L’amore genitoriale è profondamente diverso dalla passione erotica e da un’amicizia adulta tra uomo e donna.” Il terzo genitore deve comprendere che si tratta di rapporti affettivi molto diversi e che non deve assolutamente mettersi sullo stesso piano dei bambini, né provare gelosia. 6. Essere sempre se stessi e cercare di creare un clima autentico e personale con il figlio bonus (cioè acquisito). Sebbene ogni famiglia abbia una struttura e una sua storia che la rende unica e irripetibile, esistono delle linee guida che possono aiutare a orientarsi, a riflettere.
Come e quando presentare ai figli il nuovo compagno o la nuova compagna? Le presentazioni andrebbero fatte solo se la nuova relazione è stabile. È sicuramente indispensabile che la relazione sia consolidata prima che avvengano le presentazioni. Questo proprio per dare al bambino quella stabilità di cui necessita. Ricordiamoci, infatti, che le famiglie ricostituite vengono successivamente ad una relazione fallita e per questo è fondamentale che il nuovo rapporto risulti forte e stabile, sia per evitare un’ulteriore ferita nei figli, oltre che per trasmettere un modello relazionale solido. Prima di presentare il nuovo partner, i genitori dovrebbero esser certi che i figli abbiano chiaro il motivo che li ha portati alla separazione. I figli hanno bisogno di sapere che l’affetto dei genitori nei loro confronti resterà immutato. Bisogna tener conto dell’età dei figli. I piccoli sono più aperti alle novità, anche perché hanno vissuto meno la situazione familiare precedente. Gli adolescenti, che già vivono un periodo di ribellione e cambiamento, potrebbero rifiutare la nuova dimensione familiare, cercando sostegno fuori casa tra gli amici. È comunque importante spiegare cosa succede, proprio per fornire loro un senso che possa aiutarli ad elaborare quanto stanno vivendo. Non dimentichiamoci, infatti, che i bambini non hanno esperienza del mondo come gli adulti e che hanno sempre bisogno di punti di riferimento che spieghino loro come vanno le cose, e se questo manca, il rischio è che crescano nella confusione. Nel momento della presentazione il “feeling” potrebbe non scattare, sia per effettive incompatibilità o antipatie, sia perché il figlio potrebbe temere di ferire l’altro genitore o di soffrire per una nuova separazione. In questi casi è fondamentale il ruolo del genitore, che dovrà avere la pazienza di dialogare con il proprio figlio, spiegando in modo onesto e sincero il motivo che l’ha portato a stare con il nuovo partner.
Quali sono i ruoli dei nuovi partner? Ricordare che il nuovo partner non è il sostituto dell’altro genitore, ed è importante evitare di presentarlo come tale. Molti compiono l’errore di presentare il nuovo partner come la nuova figura che “deve” essere accettata ad ogni costo e rispettata. Questo contribuisce a creare a priori un’antipatia, poiché non viene lasciata al bambino la libertà di scegliere, né di creare in modo spontaneo, il rapporto con l’altro. Il nuovo partner non può entrare nella relazione ponendosi tout court nel ruolo del genitore: tale usurpazione del ruolo del genitore biologico non verrebbe accettata dal figlio. Tenere sempre presente che il bambino, o il ragazzo, ha già due genitori, il cui ruolo è da sostenere, cosa che risulta fondamentale per stabilire un rapporto onesto e proficuo. Sostituirsi ad essi rischia di creare maggiore confusione e conflittualità. Ad esempio: “Tu non sei mio padre e
quindi stai zitto!”, è la risposta che i figli acquisiti si trovano a dare quando i ruoli si confondono. “Certo che non sono tuo padre, ma in quanto adulto ti do delle indicazioni”, è l’atteggiamento che permette di accompagnare i figli acquisiti nel percorso di crescita, diventando punti di riferimento, senza però “rubargli” il loro passato e senza competere con i genitori biologici. Diversi sono i ruoli che il nuovo adulto può ricoprire una volta entrato a far parte del nucleo famigliare (A. Oliverio Ferraris, 1997).

L’amico: il nuovo adulto svolge un ruolo di amico, capace di fornire protezione e interessamento aggiuntivi. È un’amicizia che non implica l’andare d’accordo su tutto, bensì è un rapporto tra persone di età diversa, in cui il più grande è un punto di riferimento e prova empatia verso i sentimenti complessi dei figli acquisiti.

L’altro genitore: questo ruolo viene riconosciuto al nuovo adulto in particolare quando i bambini sono piccoli e hanno scarsissimi contatti con il genitore separato non affidatario.

Il mentore: in questa veste l’adulto è chiamato ad insegnare, scambiare opinioni, pareri e informazioni che possano preparare un giovane alla vita.

Il confidente: quando l’adulto è disposto ad ascoltare. Questo ruolo risulta essere più accettato soprattutto dagli adolescenti, che si sentono lontani dai loro genitori e non riescono a chiedergli dei consigli.

Il modello: a differenza del mentore, il modello insegna col suo esempio al bambino che copia i suoi comportamenti. 5) Come e quando presentare ai figli il nuovo compagno o la nuova compagna? Il terzo genitore deve mettere anche in conto la presenza dell’ex moglie o marito del partner. Nelle separazioni condivise può capitare che l’altro genitore sia molto attivo nella vita dei figli. Anche in questo caso non bisogna mostrare gelosia. Anche se può dare fastidio che il proprio partner condivida con l’ex la gestione dei figli, il terzo genitore deve prendere consapevolezza delle proprie emozioni, razionalizzarle e accettare questo rapporto, sicuramente salutare per i bambini. È importante quindi che gli adulti che compongono la famiglia allargata sappiano costruire una struttura coerente, in modo da non creare contrasti tra le figure di riferimento, o aprire la porta a “gelosie” da parte del genitore separato che potrebbe sentirsi sminuito dalla presenza “ingombrante” di altre persone. Si comprende quindi che la scelta del ruolo che il terzo genitore dovrà rivestire va fatta tenendo conto delle caratteristiche personali che questi possiede, della struttura della famiglia allargata, dell’età e dei bisogni dei figli che la compongono.
Aspetti conflittuali nelle nuove relazioni. Molti dei conflitti delle coppie delle famiglie miste vertono sui figli e sul modo di gestire il denaro e le risorse. Altre fonti di difficoltà possono riguardare: il sesso, il lavoro, le questioni legali, la religione, gli amici, i parenti e la vasta gamma di scelte concernenti il tempo libero. Tutte le coppie sposate o che convivono, si confrontano su questi aspetti dell’esistenza, ma per le coppie risposate le difficoltà possono essere più numerose per il maggior numero di persone che sono coinvolte. Il modo in cui i conflitti sono affrontati e risolti è importante. Ad un certo punto ci si può rendere conto che tutto deve essere rivisto, rivalutato, rinegoziato: diritti, doveri, tempi, spazi, obblighi reciproci, decisioni, rapporti di parentela. Un segno tangibile del fatto che la crisi è superata e la nuova famiglia incomincia a stabilizzarsi è la comparsa del senso del “noi”: qualcuno incomincia a dire “la nostra famiglia” e gli altri accettano questo modo di esprimersi. Si incomincia ad accettare l’idea di stare insieme. Ci si rende conto che per fare funzionare un sistema complesso è necessario
perseverare. I conflitti non vengono negati, ma utilizzati come opportunità per imparare qualcosa di nuovo su di sé, sugli altri, sul buon funzionamento del sistema. Si impara ad accettarsi, a non invadere gli spazi altrui, a compiere delle rinunce per andare d’accordo. Si diventa consapevoli che sentimenti, opinioni (antipatie, ostilità) possono modificarsi: diversità che prima irritavano ora sono tollerate e riconosciute come legittime. Si ha il coraggio di rivelare i propri sentimenti, le proprie differenze e si cercano delle soluzioni. Si rinuncia a vincere sempre e a tutti i costi. Abbiamo visto come le relazioni all’interno delle famiglie allargate possono cambiare ed essere agevolate se tutti si impegnano. Essere empatici, aperti al cambiamento, non essere giudicanti, sono caratteristiche che come abbiamo visto agevolano molto il rapporto tra il nuovo compagno e il figlio dell’altro. Abbiamo solo accennato ad alcune delle numerose domande che si pongono genitori e nuovi partner quando decidono di costruire una famiglia allargata. È un compito complesso ma realizzabile. Se ci s’interroga per tempo e si seguono degli accorgimenti, è possibile evitare, o almeno attenuare, futuri conflitti e incomprensioni. Il ruolo dello psicologo è proprio quello di aiutare a riflettere su quali sono le risorse che ognuno può attivare all’interno della nuova famiglia per far funzionare i rapporti.

Dott.ssa Anna Aiello Psicologa- Psicoterapeuta- Gruppoanalista.

Tel. 3496626163

Studio: via San Giuliano, 13 – Bologna

Sito: www.annaiello.it

 

Bibliografia: JUUL J., 2012: Un genitore in più. Vivere con un partner separato e i suoi figli. UE MARZO S., 2002: I figli nelle famiglie ricostituite, tratto da: MONDOINCANTATO–powered www.internetitaly.net. MAZZONI S., 1995: Le famiglie ricostituite: considerazioni generali e proposte di intervento, in: Famiglie divise ,(a cura di) Malagoli Togliatti M., Montanari G., Franco Angeli, Milano. OLIVIERO FERRARIS A., 1997: Il terzo genitore: Vivere con i figli dell’altro. Raffaello Cortina Editore