Cinema e Psicoanalisi – 12 di Nikita Mikhalkov

Posted on Feb 12, 2015 in Cinema e Psicoanalisi, In primo piano, Psicodramma | 0 comments

Cinema e Psicoanalisi – 12 di Nikita Mikhalkov

nikita

 

Dodici giurati si ritrovano a dover decidere all’unanimità della sorte – ormai segnata – di un giovane ceceno accusato di parricidio. Ma nel meccanismo qualcosa si inceppa, e la certezza della pena viene messa in dubbio da un giurato che, poco a poco, costringe ognuno a rivedere le proprie posizioni, rendendo la sentenza più difficile del previsto.                    

Meritato vincitore del Gran Premio della Giuria alla Mostra Cinematografica di Venezia del 2007, 12 è la rielaborazione del testo scritto da Reginald Rose già utilizzato in “Twelve Angry Men” (“La parola ai giurati”), film diretto da Sidney Lumet nel 1957. Mikhalkov sposta la vicenda dall’America delle lotte razziali alla Russia attuale: questa è una “tipica storia russa” dice uno dei protagonisti, ma noi sappiamo che potrebbe essere anche una storia italiana, in tempi attuali di globalizzazione. E’ la storia di un paese in cui le scuole hanno tubature a vista costruite quarant’anni prima; in cui i becchini usano squallidi trucchi per guadagnare qualche soldo in più; in cui le banche stritolano i deboli, mentre aiutano palazzinari senza scrupoli a ottenere con qualsiasi mezzo l’oggetto della speculazione; in cui le persone diventano schiave di oggetti di consumo quali cellulari, televisioni, automobili e perfino coltelli. Un paese in cui tutti sappiamo che funziona così, “da sempre”; un paese dove tutti oramai siamo più o meno corrotti dal “discorso del capitalista”. Ma dove istituzioni e giustizia falliscono, emerge la legge del cuore, che fa alzare una mano sola contro undici, quando ormai il destino di un ragazzo ceceno era già deciso: “è uno sporco selvaggio assassino, uno di quelli che ci fanno sentire stranieri nella nostra stessa terra” dirà il più problematico dei dodici giurati e sembrano parole in bocca a qualsiasi italiano stanco di immigrati.   Completamente ambientato in una fatiscente palestra in disuso – a parte le vicende belliche in cui ci viene narrato il terribile percorso di crescita del ragazzo – il film è innanzitutto una grande prova corale di attori, strepitosi nella magistrale direzione di un grande vecchio del cinema russo e mondiale. Un regista che ha mosso i primi passi insieme al grande amico Andrej Tarkovskij, dirigendo insieme a lui, a soli vent’anni, il cortometraggio di diploma al Corso di Cinematografia Sovietico. 12 presenta vari piani di lettura, da quello sociale a quello spirituale, ma Mikhalkov fornisce una formidabile occasione per mostrare al pubblico cos’è lo psicodramma analitico e come funziona il suo strumento terapeutico. In una unica seduta fiume (quasi il concentrato di un lavoro a lungo termine in un gruppo terapeutico) le coordinate del setting sono già stabilite: un ambiente in cui si deve sostare per tutta la seduta, un numero definito di partecipanti, infine l’utilizzo del “gioco” come strumento di ricerca di verità. Nel film sono implicitamente presenti anche un conduttore e un osservatore. Il cosiddetto conduttore, nel film si presenterà subito, stimolando la riflessione negli altri partecipanti; l’altro, il presidente della giuria, interpretato da Mikhalkov stesso, si svelerà solo alla fine. La cosa in cui la seduta dei protagonisti del film differisce dal gruppo terapeutico è la sua durata e la sua non ripetibilità: senza limiti di tempo nel film (ma si tratta di un’unica seduta), con un tempo ben preciso (di un’ora e mezza) nel gruppo di psicodramma. Nel film la compassione di un giurato aprirà alla riflessione del gruppo, perché “nessuna verità è assoluta”, anzi “tutto è possibile”, come dirà il giurato di origine ebrea. Ovviamente questo non è un film buonista, la “pietà” di cui si parla non è “pietismo”: 12 è un lavoro carico soprattutto di spiritualità, quella stessa spiritualità che, nella tradizione cinematografica e culturale russa (pensiamo solo ai film di Tarkovskij), diviene dapprima melodia poetica, infine melodia della coscienza e fonte di ricerca di verità profonde : una melodia simile al cinguettare dell’ uccellino intrappolato nella palestra, per citare uno dei simbolismi presenti nell’opera. La libertà di cui parla Mikhalkov  non risiede nel giudizio morale, così facile a scivolare nel pregiudizio, risiede nell’etica del dubbio, nella libertà del potere riflessivo e nella consapevolezza che la verità su noi stessi e gli altri è sempre in divenire, mai un dato certo. Rendere liberi gli altri significa lasciare, a loro e a noi stessi, la possibilità di scegliere, scegliere anche di sbagliare. La compassione di cui si parla nel film, è intesa nel senso etimologico del termine ‘cum-patire’, soffrire insieme, ed è lo strumento regio dello specialista nel avvicinare la sofferenza del paziente. La compassione dello psicoanalista, la sua etica, non è data, non è una dote superiore – come purtroppo crede qualche collega così a suo agio nella posizione del “padrone” – ma è frutto di un lavoro svolto, durante la propria “formazione permanente”, con specialisti più esperti e con i colleghi. Un lavoro analitico svolto su di sé, che permette di avvicinare la sofferenza del paziente e condividerla, per compassione; lavoro che fornisce una bussola nel rapportarsi alla sofferenza dell’altro, lavoro senza il quale la mera ortodossia tecnica e teorica è nulla. E’ interessante notare come, anche in 12, gli episodi esperienziali di ogni singolo giurato sono quelli che lo definiscono e gli forniscono una bussola nel rapporto con l’altro. Forse non è un caso che il taxista, il giurato più razzista, più difeso, ha un vissuto doloroso rimosso, con cui riuscirà ad entrare in contatto solo nella intensa scena finale, grazie al lavoro emozionale svolto precedentemente in gruppo. La ricostruzione dei giurati della verità processuale, attraverso la rappresentazione teatrale, è equivalente a ciò che avviene nello psicodramma analitico attraverso il “gioco”: lo scopo di questo gioco è quello di ricercare la verità personale di ogni singolo paziente. Così come nel film, nel gruppo terapeutico, questa verità viene svelata attraverso il vissuto emotivo: vi è una rappresentazione di un fatto, lo si interpreta attraverso la finzione scenica, ma l’emozione che si vive è vera e intensa, così come si osserva nei giochi messi in scena nel film, dove alcuni fanno vivere la propria questione emotiva all’altro. Questione altamente drammatica nel caso del giurato razzista. E quando il presidente della giuria svelerà il suo ruolo, ogni giurato si sarà in parte appropriato dei propri aspetti emotivi più fragili, del proprio “essere male” interiore, “malessere” fino ad allora rifiutato e posto nel ragazzo ceceno. La crescita personale dipenda sempre dal confronto con l’altro  attraverso il legame sociale. Se è vero che “le cose vanno sempre così” come amaramente afferma il presidente della giuria alla fine del film, è anche vero che una maggiore coscienza permette cambiamenti soggettivi, che possono influenzare terapeuticamente gli altri. Nel caso dei protagonisti del film una maggiore consapevolezza permette l’incontro tra chi un figlio non l’aveva e un giovane reietto, orfano del mondo. In un gruppo di psicodramma, una maggiore integrazione tra vissuti emotivi conflittuali, permette l’autonomia da condizionamenti familiari e sociali. Condizionamenti interiori, che umiliano e tengono segregata la nostra soggettività.     Maurizio Cottone Titolare SIPsA-COIRAG-IAGP Psicoanalista Ordinario ARPAd Presidente ITACA

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