Karen

Posted on Ott 30, 2014 in Giovani Adulti, In primo piano, Situazioni cliniche | 2 comments

Karen

 

Tutti conosciamo quel momento sconcertante in cui un certo odore sembra chiamarci dal mondo remoto della nostra infanzia, quasi come se potessimo tornare nel passato e sentire l’essenza di una lontana esperienza del Sé

(Christopher Bollas)  

 

Quando mi si parlò di Karen fui attraversato da un fiume di emozioni. Una ragazza, ventuno anni, ricoverata in ospedale psichiatrico dopo il terzo tentativo di suicidio. Usciva per le vacanze di Natale. Quali potevano essere le ragioni che mi spingevano a sostare sulla domanda? Certo, quando sei agli inizi e uno psichiatra anziano ti manda un paziente, ti dà da lavorare, è difficile rifiutarsi. Certo è responsabile declinare gentilmente l’invito quando senti che non è “il caso”. Certo. Volevo Karen per riparare un senso di colpa. Pochi anni prima una persona a me vicina, una donna, era morta suicida. Non ero riuscito ad aiutarla, non potevo. La vita, la storia, la mia storia, non me lo avevano permesso.

Karen giunge al primo colloquio accompagnata dalla madre e dalla nonna materna, una linea generazionale i cui significati si disveleranno in seguito. Entra da sola nella stanza di analisi.

K: ho fatto un sogno questa notte: ero dal dott. XY (lo psichiatra) il quale a un certo punto si avvicina per baciarmi, io scappo e chiamo il 113.. non so cosa voglia dire …   T: forse lei esprime in questo modo dei timori riguardo la psicoterapia, ad esempio quello di potersi trovare in una situazione di ecces­siva intimità con me.   K: forse sì, anche se ho molta fiducia.. mi aspetto di capire chi sono.. spesso ho l’impressione di essermela tirata addosso questa situazione… quando ho tentato il suicidio un ragazzo che sapeva che prendevo le medicine ha detto: “perché non butti via quella roba?”. Sono tornata a casa, le ho buttate tutte, ma l’ultima l’ho bevuta.. l’ho fatto perché sapevo che me lo potevo permettere, che non sarei morta.. volevo fare vedere ai miei fin dove potevo arrivare.. quando mi tagliavo le vene, ad esempio, poi andavo al pronto soccorso, volevo dimostrare di sapere fare certe cose ma poi finiva lì.. il mio passato è pieno di sensi di colpa… per gli aborti, la vita sregolata. Ho pensato spesso che fosse anche dovuto alla famiglia, la mamma che c’era e non c’era.. a mio padre che è parecchio “sfocato”. Mi sono diplomata a fatica alle magistrali, ora aiuto mio padre nel suo ufficio, ma quello non è un vero lavoro. La mia è una vita confusa.. a 15 anni mi misi in una storia che mi ha fatto molto male, rimasi subito incinta.. mia mamma mi ha quasi costretto ad abortire, ha usato violenza.. lui era un ragazzo debole, anche lui era sotto la sua influenza.. è stato un grosso trauma l’aborto.. dopo ho iniziato a bere.. poi ho abortito altre due volte, a 18 anni, rimasi incinta di un tossicodipendente.. l’anno scorso di uno 35 anni conosciuto in un pub.. si è negato.. poi mi ha confessato che è sposato e ha già un figlio..”

Nei colloqui successivi la paziente continua a raccontare della propria vita, cercando di farmi un quadro abbastanza completo degli avvenimenti più significativi. Riferisce di tre precedenti tentativi di suicidio, per taglio delle vene, successivi agli aborti. Mi racconta di una relazione sessuale con un infermiere dell’ospedale psichiatrico, conosciuto durante la seconda degenza e continuata, seppure in maniera saltuaria, anche dopo le dimissioni della paziente. Esauritasi la narrazione Karen inizia spesso a divenire insofferente, a ripetere “cosa le devo dire? … non so cosa dire… cosa le posso dire?” con l’aria di svalutare i propri pensieri, di ritenerli poco importanti e con la tendenza ad evitare di comunicare le associazioni più sgradevoli. Avverte con un certa persecutorietà le mie osservazioni al riguardo, per contro si lamenta del mio silenzio, della mia “distanza”, ma ho la sensazione che in tal modo sia lei stessa ad esprimere la preoccupazione di una possibile eccessiva intimità. D’altra parte il suo primo sogno d’analisi è piuttosto eloquente.   Il padre ha su Karen un notevole ascen­dente. Essa lo teme e tenta di difendersene evitandolo il più possibile, così come evita anche l’incontro con me. Il rapporto con la madre, conflittuale, è sempre stato caratterizzato da rivalità. Ciò l’avrebbe portata a tentare di superarla rimanendo prematuramente gravida per poi, attraverso e a causa degli aborti successivi, tentare il suicidio. In tal modo, credo, la paziente non solo recuperava l’attenzione del padre, ma poteva anche sottrarsi alla preoccupazione angosciosa di non riuscire a corrispondere alle sue aspettative. Mi sembra probabile che anche questo aspetto sia presente nella nostra relazione: forse anche con me ha paura di deludere e teme di non riuscire. Così come teme di non essere compresa e di non riuscire a comunicare.   Dice Karen: “Quando mi sono svegliata dal tentato suicidio ho visto mio padre che piangeva e io che non potevo fare niente.. mi sono arrabbiata perché non ero riuscita ad ammazzarmi. Nell’incontrare uomini sposati io metto una gran forza per combattere contro un’altra donna.. quella forza che avevo a 15 anni quando sono rimasta incinta e mia mamma mi ha costretto ad abortire.. a quell’ epoca ascoltavo una canzone di Masini “Cenerentola innamorata”.. lei non sapeva se tenere il bambino o no.. si trova davanti all’ospedale per abortire e ad un certo punto torna indietro e sorride ad un amore nuovo..”   Credo sia giunto il tempo di prospettare alla paziente un lavoro a lungo termine. Le propongo tre sedute settimanali, per lavorare meglio sulla relazione oggettuale e l’uso del lettino. A posteriori considero la scelta del lettino anche una mia precauzione difensiva, messa in atto, per mantenere una soglia di angoscia tollerabile.

Dopo qualche mese dall’inizio della psicoterapia ecco comparire gli odori dell’infanzia, i colori, le luci, i suoni. Gli intervalli estetici che i corridoi scenici del teatro del Sé indicano, quei corridoi scenici che avvolgono la Storia, e la placano.

K: Oggi mi è successa una cosa strana. Ero a casa da mia nonna, la mamma di mia mamma, lei ogni tanto va in una casa vecchia dove io ho vissuto la mia infanzia.. appena sono arrivata è stato come tornare indietro nel tempo, la casa era vuota però mi ricordavo gli spazi.. i corridoi.. sono andata nel sottoscala e ho sentito lo stesso odore di quando ero piccola.. all’inizio mi ha fatto strano perché pensavo di trovare tutto come quando ero piccola. Poi l’ho sentita estranea, non avevo più quelle emozioni… Io quando penso a quel posto che mi ricorda il passato lo penso con tristezza, come se mi mancasse qualcosa.. volevo andarmene.. era così cambiata, non c’era più niente, era una casa vuota.. il ragazzino con cui giocavo non c’è più.. l’unica cosa che ricordo sono gli animali.. l’orto era pieno di animali.. non c’è più niente.. è squallida.. a volte penso che mi piacerebbe rivivere quelle emozioni, come quel detto “se vuoi essere felice devi rimanere bambina”. I ricordi che ho adesso non sono felici, adesso tutte le giornate sono uguali. Quando sei piccola la tua mente vola. Quando ero piccola solo cose belle.. dai quindici anni in poi solo tristezza..   T: Perché dici proprio “dai quindici anni in poi”?   K: Da lì sono incominciati i problemi, ho incominciato ad odiare i miei genitori, sono rimasta incinta, andavo con quel ragazzo che mi menava, da lì è iniziato il risentimento verso i miei genitori perché avevo troppa libertà, da lì è iniziato il mio declino e i miei hanno contribuito molto a questo.. ho iniziato a frequentare gente più grande, i miei non li ho sentiti più vicini. Mia mamma poi si è molto allontanata da me. Quando ero piccola passeggiavamo in città tutti i pomeriggi, parlavamo di noi.. poi, piano piano ci siamo staccate, lei vedeva che me la cavavo bene anche da sola.. lei ha iniziato ad avere le sue cose e io le mie, forse perché vedeva che me la sbrigavo da sola, però se la storia andava male tornavi a casa e ce l’avevi con loro perché non ti avevano avvertito.. però quando stavo male mi sono stati vicino.. solo che ci sono delle volte che un genitore dovrebbe prevenire certi sbagli, essendo più grande, con più esperienza, più maturo.. loro hanno sempre aspettato che sbagliassi per poi soccorrermi, non sono riusciti a prevenire gli sbagli. Certo fare il genitore è una cosa difficile..”

E’ plausibile considerare l’età dei quindici anni, quella del primo aborto, come il momento del breakdown.   Nella seconda ospedalizzazione Karen si affeziona ed ha una relazione sessuale con un infermiere che le forniva abitualmente degli psicofarmaci. La separazione da un luogo contenitivo quale l’ospedale psichiatrico aveva riattivato in lei insostenibili angosce depressive. Attraverso la sessualizzazione del rapporto con l’infermiere, attraverso il corpo, la paziente sembra esprimere il desiderio impossibile di una complementarietà assoluta con l’altro. Un contenimento fusionale che può, illusoriamente, trovare attraverso un nuovo ricovero. Tentare il suicidio con le medicine è, quindi, un atto che portava con sé il resto di una relazione ambivalente: la riproduzione della relazione con sua madre. Appariva importante permettere a Karen di accettare una dipendenza fondamentalmente ambivalente attraverso il contenimento analitico.   La paziente tenderà a farmi vivere, controtransferalmente, questa sua posizione, cercando di rendermi dipendente, preoccupandomi col suo comportamento: “Ho bisogno di fare qualche gesto eclatante, ho bisogno che la gente cominci a preoccuparsi per me, stare male per me.. tagliarsi le vene ti fa sentire pulita.. io sono sporca perché ho abortito, perché ho fatto delle cose brutte.. stasera mi vorrei tagliare le vene, ma non vorrei tornare in ospedale..” e alla ripresa delle sedute settimanali torna con un cerotto al polso: ”Venerdì sera mi sono tagliata, non lo volevo fare ma l’ho fatto.. ora non ci sono motivi precisi per fare un gesto così.. verso di lei poi mi sento in colpa, forse è anche un modo di chiederle aiuto..”

Rileggendo le sedute trascritte negli anni passati, mi sono trovato ad osservare il delicato e faticoso lavoro di oggetto soggettivante che ho svolto, attraverso una costante funzione di contenimento e accudimento, fiducioso nelle risorse interne della paziente.   Dice Karen: “Qua dentro lei mi sorregge, fuori di qua mi trovo ad affrontare le giornate da sola.. come se qua fossi un’unica persona e fuori ci stacchiamo.. fuori di qua divento aggressiva.. i miei sono sempre a controllare.. come stai, come non stai.. vorrei staccarmi da loro, avere una vita mia..”   Con il contenimento della estrema conflittualità che Karen porta in seduta, cerco di creare uno spazio di pensabilità con una paziente borderline grave.

E’ stato estremamente formativo lavorare con Karen. Mi accorgevo che non era necessario alcun furore terapeutico ma, al contrario, risultava indispensabile un continuo lavoro controtransferale che mi permettesse di avvicinare delicatamente la sofferenza della paziente, attraverso un ascolto discreto. Cercavo di mantenere un assetto flessibile e controllato, alternavo interventi di contenimento, di sostegno e di chiarimento, con caute ricostruzioni della sua storia personale. Le molteplici ed intense reazioni controtransferali da me vissute furono registrate come passaggi obbligati. Karen costantemente suscitava in me sentimenti e stati d’animo contrassegnati da angoscia, irritazione, insofferenza e sconforto. Una svolta importante nella psicoterapia avvenne quando mi accorsi che la temevo, temevo che si potesse alzare dal lettino e dirigersi verso di me. Mi resi conto che intimamente rifiutavo il suo corpo, mi ripugnava. Anche per lei era così, e lo diceva, il suo corpo le ripugnava e lo sviliva in rapporti sessuali occasionali. Era pertanto necessario che io fossi referente adeguato e non incestuoso. Finalmente, senza reticenze, potei posare affettuosamente lo sguardo sul corpo della giovane paziente, riconoscerne la florida sessualità.   La storia di Karen è una storia di privazioni, di abbandoni. Figlia unica di una coppia genitoriale estremamente carente trovò, fino all’età di sei anni, un parziale accudimento dalla nonna paterna. La morte della nonna rappresenta un evento traumatico.

Così si esprime Karen in una sedute molto intensa: “Il mio passato è fatto di sofferenza, di mancanze.. dicevo a tutti che avevo due fratelli, lo facevo per sentirmi meno sola.. il ricordo più bello sono le domeniche mattine quando uscivo sola con mio padre in macchina.. stavo le ore a contemplarlo mentre guidava.. poi a sei anni è morta la nonna.. la mamma di mio padre.. lei viveva con noi e si può dire che mi abbia cresciuto, perché mia madre era sempre via.. con lei ero tranquilla, non sentivo la mancanza dei miei.. dopo che è morta abbiamo cambiato casa, quartiere.. è cambiata la mia vita.. ripartire da zero, rimanere sola.. mia nonna era fondamentale nella mia vita.. in tutti questi anni mi ero completamente dimenticata di lei, ora invece ricordo il suo viso, i suoi gesti.. sono convinta che anche se perderò il passato, lei non la perderò mai. Dopo che è morta cercavo sempre situazioni che mi facevano soffrire.. non ero importante per nessuno.. la gente non si accorgeva più di me..”   Per la funzione di contenimento che si andava sviluppando in seduta, apparve importante anche la possibilità di creare un setting parallelo. La psicoterapia a cui si sottopose la madre permise di ridurre, anche nel reale, il disfunzionamento della coppia genitoriale. Ciò portò ad una riduzione degli agiti, in particolare durante le interruzioni settimanali della psicoterapia. Nella terapia di sostegno alla signora, che durò poco più di un anno, emersero fatti sorprendenti, che mi furono riferiti dopo la conclusione della psicoterapia di Karen. La madre, donna concreta e di una certa freddezza, ebbe da subito un rapporto matrimoniale insoddisfacente. Sposata ad un ragioniere, uomo passivo e abbastanza insignificante, nei primi tempi del matrimonio, per problemi economici, è costretta ad abitare con la suocera. Il rimanere incinta di un uomo che non ama e conflitti irrisolti con la propria madre –definita persona fredda e insensibile, con cui aveva rotto i rapporti- scateneranno una segreta depressione nella donna, che avrà fantasie di suicidio durante la gestazione, e dopo la nascita di Karen. La signora rifiuta la maternità e di fatto affida la figlia alla suocera. Instaura una relazione sentimentale con un uomo sposato, il proprietario dell’azienda dove lavora, cosa di cui Karen rimarrà sempre all’oscuro. Dopo la morte della suocera, però, la signora confesserà al marito questo rapporto, che si protrarrà fino alla morte dell’amante, di venti anni più grande. Nonostante l’ufficializzazione della relazione, né la signora, né il marito troveranno la forza per separarsi. L’amante ricompenserà la dedizione della signora donandole una parte della società ove era entrata come segretaria e facendola diventare imprenditrice a tutti gli effetti. Sì può affermare che, nel caso di Karen, le amorevoli cure materne erano state sostituite da qualcosa di velenoso e mortifero (le fantasie suicidarie) probabilmente ereditato per via materna. Una sorta di narcisismo distruttivo che legava tre generazioni. Per contro si può ipotizzare che il padre, accettata passivamente la relazione extraconiugale della moglie, avesse cercato conforto e vendetta creando una complicità collusiva con la figlia. Questo seppur breve supporto parallelo, contribuì a modificare notevolmente la qualità del rapporto madre-figlia e favorire una maggiore capacità di integrazione degli elementi perturbanti che la paziente tendeva ad espellere. Karen decide di sospendere gli psicofarmaci, già notevolmente ridotti dall’inizio della psicoterapia.

Durante la prima interruzione estiva, per placare le angosce separative, si fa ricoverare in clinica, ma dopo qualche giorno si stanca e decide di uscire. Nel corso del percorso analitico è stato molto importante sottolineare il ruolo attivo della paziente all’interno del nostro lavoro, affinché diventasse consapevole che era l’unica in grado di darsi gli strumenti per evolvere.   Dice Karen: “Oggi sono venuta qua da sola.. ho messo l’auto nei posti riservati ad altri, dove non si può mettere, sono andata dal vigile a chiedere il permesso, cosa che non mi ha concesso.. prima non l’avevo mai fatto perché c’era sempre mia mamma.. adesso questo lo vedo come un lavoro che facciamo insieme.. il mio è un conflitto quotidiano che riesco a tollerare solo qua…”   Avvierà una relazione stabile con un ragazzo di qualche anno più grande, separato e con un figlio di otto anni. Il rapporto con Luca che ha già un matrimonio alle spalle, da cui è nato Paolo, la ingaggerà nel confronto tra desideri di maternità e bisogni infantili. Si confronterà con le enormi gelosie che la presenza, sullo sfondo, di una rivale (la ex-moglie) suscitano in lei, d’altra parte avvicina Paolo con la curiosità e il desiderio di cimentarsi in un ruolo nuovo. Alla ripresa, dopo la seconda interruzione estiva, Karen mi comunica di essere rimasta incinta di Luca. Io vivo sentimenti contrastanti: registro il suo agito, in concomitanza con l’interruzione estiva, e provo una sottile gelosia. Come un padre nei confronti di una figlia, mi chiedo se questo non sia stato un passo precoce, se l’uomo che ha scelto sarà quello giusto. Colgo anche gli aspetti autoriparativi espressi in un gesto del genere: finalmente un figlio proprio, non più aborti. Dietro richiesta della paziente, decidiamo insieme di interrompere la psicoterapia verso la fine della gravidanza, intorno all’ottavo mese. Mantengo comunque aperta la possibilità per una successiva ripresa. Un paio di mesi dopo la nostra decisione, Karen giunge in seduta corrucciata. Si raccoglie sul lettino e con aria disperata racconta di un litigio con Luca culminato con la frase “ma tu con chi stai?” Gliela avrebbe rivolta chiedendole in un certo senso di scegliere tra lui e suo padre. Karen si è sentita cadere nello smarri­mento. Come avrebbe potuto schierarsi dalla parte dell’uno o dell’altro e perché l’uomo da cui aspetta un figlio era stato così insensibile da gettarla in quella situazione? Avrebbe l’intenzione di mandare in crisi la collaborazione col padre rifiutandosi d’ora in poi di andare al suo ufficio, si vuole dare malata. Lamenta che nessuno la capisce, che nessuno si preoccupa veramente di lei, di comunicare con lei. Io mi sento a disagio, intuisco che quelle lamentele e quelle accuse in fondo sono per me, ma non riesco a trovare le parole per fare un intervento che non sia scontato.

Mi chiedo in quale posizione mi voglia collocare la paziente, quale sua esperienza emotiva mi sta cercando di fare vivere: decido di attendere, di cercare ulteriori spunti. A un certo momento, mi accorgo di formulare dentro di me la frase: “lo sa che così arrabbiata è ancora più attraente?” e mi trovo a sorriderne come avessi fatto ricorso alla battuta di un film. Sono perplesso e divertito per la cosa che ho potuto pensare: cosa c’entra tutto ciò con lo strano clima di disperazione che aleggia nello studio? Improvvisamente intuisco: non sarà Karen stessa ad usare il proprio dolore in maniera sottilmente seduttiva? A collocarmi, per identificazione proiettiva, nel ruolo di padre geloso per la sua gravidanza e la famiglia che va costituendosi? Forse non vuole farmi rivivere le sue esperienze di esclusione e di abbandono? Con molto tatto le dico che mi è venuta un’idea curiosa, un’idea che forse lei troverà assurda e le riferisco quanto ho pensato.   Lei rimane un momento in silenzio e, mentre sono ancora col fiato sospeso, afferma : “è vero, io l’ho sempre fatto di usare la mia sofferenza per essere ascoltata, per trovare un rapporto”.   Sono in grado allora di interpretare perché nelle ultime sedute la nostra relazione è stata piuttosto stentata, dominata da lunghi silenzi e da un clima d’inquietudine e insoddisfazione. Lei temeva che io non fossi in grado di capire la sua difficoltà nell’interrompere la psicoterapia, il suo dolore nel sospendere un rapporto così importante. Pensava che fossi indifferente a quello che stava accadendo. Per averne una verifica aveva dovuto lasciarsi cadere in quello stato e minacciare indirettamente l’interruzione prematura della psicoterapia. Ma tutto ciò aveva pure un’intrigante valenza seduttiva, allo scopo inconscio di suscitare in me una reazione, una risposta alla sua angoscia di incomunicabilità. E poiché io l’ho compreso e ora se ne parla, di fatto ora stiamo comunicando. Ribadisco la possibilità di riprendere una seconda tranche di analisi, quando lei lo riterrà opportuno. Siamo ormai al termine della seduta, la paziente raggiunge la porta come fosse soprapensiero, nel darmi la mano sussurra “grazie”. Un grazie che mi fa ben sperare per il futuro.

Karen riprenderà una seconda tranche di psicoterapia qualche mese dopo la nascita di Mirko. Attraverso questi ulteriori mesi di analisi si ingaggerà nell’impegno di accudire il bambino in maniera adeguata, differenziandosi da sua madre. La paziente, spinta dal desiderio di risignificare la propria storia, sperimenterà il parziale scioglimento della condizione di dipendenza infantile e troverà, in sé, l’opportunità di essere una mamma sufficientemente buona. Si confronterà con la possibilità di vivere una situazione triangolare che la vede protagonista. A volte vivrà come un peso la presenza del marito, altre volte quella del bambino. Io utilizzerò il bagaglio del lavoro progressivo di costruzione fatto insieme a Karen. Ciò mi permetterà di orientarmi nel riconoscere dove fermarmi, limitandomi ad accompagnarla, a darle voce, fiducioso nelle sue risorse. Dopo circa sei mesi dalla ripresa, Karen propone di darci un tempo per concludere, vuole mettersi alla prova autonomamente. Tre mesi dopo ci saluteremo con affetto. Mirko è nato con una lieve malformazione al labbro (leporino). La malformazione risulterà quasi impercettibile, ma come significativa della conclusione prematura della psicoterapia. La trama presenterà una smagliatura, un sentimento di inadeguatezza che domanda ancora tempo per evolvere, nonostante ora la paziente senta un diverso modo di guardare a se stessa in relazione con l’altro, all’interno di un progetto soggettivo.

Ad un anno dalla conclusione, Karen mi telefona e viene allo studio per salutarmi; è insieme a Mirko, il suo simpatico bambino. Giusto il tempo per dirmi che le cose procedono discretamente, a volte non si sente capita da Luca e rivendica maggiore attenzione. Prova nostalgia per i nostri incontri, sente comunque di potercela fare da sola e mi ringrazia per il lavoro svolto. Io la ascolto con tenerezza, mentre con lo sguardo seguo anche le azioni di Mirko che, nel frattempo, cerca di mettermi a soqquadro lo studio.

*estratto da “La difficile conquista della femminilità”, di Maurizio Cottone, in Adolescenza e Psicoanalisi, 2007 , Magi Edizioni, Roma  407462_578011585558956_1924935356_n

2 Comments

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